Presentazione delle Tesi di Dottorato

 11 DICEMBRE 2017
INFRASTRUTTURE DELL'ACQUA
STRATEGIE ADATTIVE ALL' EMERRGENZA IDRICA NEI MUTAMENTI CLIMATICI. PROGETTARE INFRASTRUTTURE IDRICHE DI NUOVA GENERAZIONE
Di Gaetano De Francesco
Introduzione di Antonino Saggio
Vi illustro rapidamente quale è l'idea di questi tre giorni, che è abbastanza evidente ma faccio una introduzione a quello che noi facciamo ed è un pensiero su quello che dovrebbe essere il dottorato di ricerca.
Devo dire prima di cominciare che porto i saluti della nostra preside, a cui spettano i saluti essendo in una delle tre sedi della facoltà di architettura, quella di Fontanella Borghese.
Sono presenti i dottorandi del primo anno, corrispondenti al XIII ciclo, e abbiamo invitato i dottorandi dei cicli precedenti attivi.
Sono stati coinvolti tutti i membri del collegio che sono a Roma e qualche membro esterno come la professoressa Tesoriere da Palermo.
Per struttura di questo Simposio, per descriverla nella maniera più giusta, abbiamo bisogno di qualche concetto.
Qualcuno guardando la locandina ha detto "ma che bella architettura" e nella circostanza è stato un complimento che mi ha fatto molto piacere perché è un complimento intelligente.
E' una bella architettura, a parere di chi lo ha detto, perché compendia alcune idee strutturali dell'architettura, è un simposio perché ha questa caratteristica fondamentale di mettere insieme prodotti e funzionalità anche diverse con lo scopo di ottenere dei risultati sinergici, con una mossa cercare di avere molti risultati.
Questo è uno degli aspetti fondamentali della disciplina dell'architettura, che fa tesoro delle componenti mettendole assieme per avere un risultato particolare, possibilmente forte ed interessante, forse la parola più bella di tutte è vitale, un risultato vitale che genera energie e che continua ad esercitare pensieri e desideri.
Abbiamo ragionato pensando al simposio dal punto di vista dei dottorandi, facendo una sorta di inversione copernicana.
Spesso le organizzazioni di convegni sono fatte pensando a chi offre un prodotto, in questo caso il dottorato di ricerca, noi abbiamo pensato di ribaltare questa cosa e di pensare ad un ideale dottorando e pensando a cosa volesse avere per capire cosa è il dottorato.
Questa è un'idea per capire come funziona il dottorato, cosa produce.
La seconda idea è quella della sineddoche, usare un particolare per rivelare la complessità, piuttosto che inseguire affreschi omnicomprensivi.
Per questo scegliamo attraverso un lavoro di "equipe" quelli che ci sembrano i prodotti più significativi e attraverso questi aprire delle finestre complete.
La terza categoria è che appartengono a famiglie diverse.
La giornata è caratterizzata da una struttura orizzontale, ci sono sempre la presentazione di una tesi dottorale, a seguire la presentazione di un workshop completato nel dottorato, un libro prodotto nel dottorato, una "lecture" e a chiudere una tavola rotonda dove i convenuti, a partire dagli interventi programmati, possono intervenire su temi importanti.
C'è un altro aspetto che può incuriosire qualche dottorando, abbiamo deciso di mettere in movimento i dottorandi del XIII ciclo, sono già a lavoro sotto l'aspetto organizzativo e sotto l'aspetto della post-produzione di questo lavoro e augurandoci come negli altri casi di poterne fare un libro.
La struttura orizzontale si ripete per le tre giornate.
La scelta delle tre tesi è indiscutibile, poiché sono le tre tesi che hanno ottenuto eccellenza + dalla commissione nazionale e sono le più recenti.
I tre workshop sono stati discussi all'interno di un comitato organizzatore di cui le persone qui presenti fanno parte ma è anche allargato ad altre persone.
Sono tre seminari diversi tra loro, un più di natura progettuale, uno di natura più squisitamente teorica e un misto tra le due cose.
I tre libri sono abbastanza oggettivi perché sono tre libri recentissimi e prodotti dal dottorato, due all'interno di sistemi analoghi a questo e uno prodotto dal professor Carpenzano, che oltre ad essere membro del collegio è anche direttore del dipartimento e ha fatto tutti gli anni una lezione su aspetti di metodo sulla creazione di una dissertazione di dottorato.
Di seguito abbiamo il "keynote" che è stato scelto da noi con l'idea di aprire all'esterno, non del tutto interno al mondo accademico, ma soprattutto l'idea è di aprire all'esterno per capire i temi della ricerca, della progettazione, della professionalità come di scontrano e come si incontrano nel mondo reale.
Abbiamo Michele Molè, Francesco Lipari, scelto in particolare dal gruppo organizzatore, un architetto sperimentale, e poi Antonino di Raimo un professore che ha vissuto a lungo questo dottorato.
Ora vi presento le tre persone i dottorandi organizzatori di tre cicli diversi, hanno avuto ruolo di coordinatori.
Vi presento Valerio Perna che parlerà della struttura dei "keynote", Giulia Cervini che parlerà della presentazione delle tesi di dottorato e Selenia Marinelli dei libri.

Giulia Cervini

Ogni giornata aprirà con l'intervento di un neo-dottore di ricerca che illustrerà al pubblico il proprio lavoro di dissertazione.
La scelta è significativa, ci sembrava interessante l'idea di offrire una panoramica del dottorato partendo dalla fine del racconto, una scelta efficace perché questo permette di inquadrare fin da subito ai nuovi dottorandi gli obiettivi finali di questo percorso, avere subito uno sguardo conclusivo.
Abbiamo scelto di iniziare dalla fine nell'ottica di ricostruire questo racconto attraverso il montaggio di alcuni "slot" tematici, gli altri appariranno come dei frammenti che delineeranno i momenti più significativi del percorso dottorale.
Le tre dissertazioni sono state scelte attraverso un criterio indiscutibile, molto semplice ed oggettivo, i lavori hanno ricevuto il massimo della votazione della commissione nazionale.
Si tratta di tre lavori diversi, il che permette di avere uno sguardo sul tipo di dottorato di ricerca a cui noi siamo iscritti, il dottorato di architettura in teorie e progetto, che ha uno sguardo molto ampio e trasversale sul tema del progetto architettonico.
Questi tre lavori daranno un'idea di cosa significa la libera ricerca e la scelta di temi fra loro diversi, tutti incentrati sul progetto poiché questo è invece un dato significato dello specifico dottorato, in termini di metodo e di contenuto.
I tre lavori che ascolteremo sono, quello di oggi di Geatano De Francesco, con la tesi seguita dal professor Saggio, tutor il cui ruolo è fondamentale nella stesura della tesi, si intitola "INFRASTRUTTURE DELL'ACQUA. Strategie adattive all'emergenza idrica dei mutamenti climatici. Progettare infrastrutture idriche di nuova generazione."
Domani avremo Andrea Corsi, affiancato dal professor Luciano De Licio, tutor della tesi "NUOVI DISTRETTI RESIDENZIALI PERIURBANI IN SVEZIA. Traslazione adattiva e verifica di modelli. Tendenze e linguaggi internazionali.".
L'ultimo giorno incontreremo Saverio Massaro, la cui tesi seguita sempre dal professor Saggio si intitola "STRATEGIE URBANE INTEGRATE PER AFFRONTARE LA CRISI DEI RIFIUTI URBANI. Nuove opportunità per un'architettura civica.".
Ogni "slot" prevede l'intervento più consistente dell'ospite, che abbiamo descritto, e ci sarà la partecipazione attiva dei dottorandi, a monte dell'idea di questo simposio, che i dottorandi fossero non semplici ascoltatori, ma partecipanti attivi di queste giornate.
Nel caso della tesi di Gaetano De Francesco, Beatrice Conforti ed Enrica Di Toppa si sono occupati della presentazione e faranno delle domande.

Antonino Saggio

Oggi sul motorino pensavo questa cosa, come faccio a dire questa cosa in maniera che sia bella.
Una volta credo che abbiamo discusso con Gaetano, uno se si domanda "La mia tesi di dottorato preferisco che sia letta da zero persone o da un milione di persone?", risposta "un milione di persone".
Perchè su un milione di persone tu hai una una possibiltà percentualemente più alta che qualcosa succeda, che attivi un processo in un mondo sconosciuto, che una persona decida di farti fare un corso universitario, se abbiamo zero questa percentuale sarà identica a zero.
L'obiettivo di questo dottorato ora è di rendere disponibili tutte le tesi in pdf, perchè la tesi di Gaetano De Francesco, come tutte le altre tesi dal 2011 ad oggi, è disponibile integralmente in pdf.
Naturalmente nell'ambito scientifico, ci auguriamo, che sia letta in maniera corretta e da questo discende il secondo assunto.
Meglio che una tesi sia in pdf invece che cartacea dal punto di vista del controllo del furto, non si può copiare direttamente perché è più facile risalire all'autore semplicemente digitando tre frasi su google.
Dovete capire una cosa, che la tesi è pubblicazione già di per sè, sia nei sistemi universitari che negli altri è una categoria a sè stante e quindi vale quanto dissertazione, siete obbligati per legge a depositarla anche nel sistema universitario "PADIS" e che esiste una collana di dipartimento in cui alcune tesi possono convogliare e altre no, dipendentemente dalla natura della tesi, poiché la collana ha un'impronta molto saggistica.
In sequenza c'è la descrizione del "workshop".

Selenia Marinelli

Anche qui come accennava il professore, il comitato scientifico si è riunito per cui per la scelta dei "workshop", dei seminari che si sono conclusi nell'anno accademico precedente, ne sono stati scelti tre in quanto rappresentativi di tre approcci diversi ai seminari.
Uno più squisitamente teorico come quello del professor Rossi "scrivere di architettura", in quanto ci ha spinti a riflettere su un testo abbastanza datato del professor Rossi per scrivere una postfazione, un allenamento alla scrittura con uno uso più consapevole degli apparati.
Gli altri due, uno a cura della professoressa Criconia, qui presente, e della professoressa Gregory "Strade come luoghi e metro urbani", che parte come "workshop" più teorico, quindi con una ricerca più semantica di alcune parole chiave, che poi ha avuto una ricaduta metaprogettuale lo scorso anno con il seminario.
Infine il 13 dicembre verrà presentato il seminario di "ipa ", delle professoresse Alessandra De Cesaris e Domizia Mandolesi, che ha avuto delle ricadute progettuali e con un tema sperimentale del municipio "transfrontaliero".
Anche in questa occasione gli interventi saranno rivolti a coinvolgere i dottorandi del XIII ciclo, per cui saranno i doceti ad esporre gli esiti dei seminari assiame a chi vi ha partecipato, ma soprattutto ci sarà un intervento di un dottorando a cui è stato illustrato il materiale che potrà fornire un punto di vista oggettivo ed alimentare il dibattito attraverso delle domande.
Successivamente ci sarà la presentazione del libro e abbiamo scelto le tre pubblicazioni che sono state prodotte all'interno del dottorato di architettura teorie e progetto dell'anno appena conclusosi.
Sono due tipologie diverse, libri prodotti come esiti di seminari, come ad esempio "La scenaggiatura delle scelte concrete", che sarà presentato oggi, o "Linee di ricerca" che sarà presentato il 13 dicembre, o il libro del prossor Carpenzano che invece è stato prodotto attraverso l'editore "quodlibet".
Ci auspichiamo che parlare di queste pubblicazioni sia di stimolo a curare questo aspetto molto importante per noi ricercatori e per conoscere degli strumenti che sono prodotti per essere fruiti da noi dottorandi.
Anche il questo caso c'è l'intervento dei dottorandi del XIII ciclo, che forniranno un loro punto di vista oggettivo sulle tre pubblicazioni che verrà integrato da quello dei curatori e da quello degli autori che vi sono intervenuti.

Antonino Saggio

La seduta di oggi è una preparazione al prossimo libro, le pubblicazioni sono molto importanti anche perchè voi tutti siete inseriti nel sistema delle pubblicazioni universitarie, attraverso il sistema IRIS.
Le pubblicazione che facciamo hanno un'importanza dal punto di vista oggettivo, che speriamo siano interessanti e intelligenti, ma anche perchè per molti è anche la prima e in alcuni casi unica pubblicazione che hanno fatto.
Sono pubblicazioni di squadra, poichè voi entrate concentricamente nella squadra del dottorato e nella squadra del dipartimento.
I "workshop" sono il momento cardine del dottorato, momento di conoscenza con i docenti, per cui la conoscenza, il campo di interesse e la variegata formazione scientifica dei docenti sono fondamentali, si aprono opportunità di lavoro, di collaborazioni, di viaggi di studio.
Esiste un rapporto e una modalità di lavoro diverse rispetto al corso universitario per cui è un'opportunità importante.
Lascio la parola a Valerio Perna.

Valerio Perna

Buongiorno a tutti e grazie per essere qui.
Come è stato già detto il programma è molto ampio ma siamo sicuri che sarà in grado di offrire molti spunti per riflettere e dibattere assieme.
Per la scelta dei "keynote", come ha già detto il professore, si è cercato di scegliere persone che fossero fuori dall'ambito accademico o che fossero passate per l'ambito accademico per poi spostarsi in quello professionale per avere un quadro più ampio ma sempre il linea con quelli che fossero i tre temi delle giornate.
Abbiamo cercato dei campioni che avessero raggiunto risultati eccellenti nel loro campo di studio, lavoro e applicazione.
Il primo giorno ospiteremo Michele Molè di "Nemesi Studio", un architetto che negli ultimi anni ha ricevuto premi e realizzato opere di stampo internazionale, abbiamo deciso di inserirlo nel giorno dedicato a ricerca e didattica anche per l'attività di docente e ricerca all'interno della nostra facoltà.
Il secondo giorno avremo l'architetto Francesco Lipari di "OFL architecture", si è deciso di scegliere un architetto che fosse under 40 e per il tipo di lavoro di grande professionalità e di grandi interessi trasversali, che vanno dal progetto, alla ricerca, all'editoria e alla didattica dell'architettura per bambini IN chiave ludica, come sta facendo all'interno della scuola SOA.
Il terzo giorno abbiamo scelto Antonino Di Raimo, che è stato prima dottorando qui dove ha conseguito il titolo, è stato preside della POLIS UNIVERSITY a Tirana e recentemente è diventato "senior lecture" nel dipartimento di "school of architecture", ci è sembrato essere un ospite privilegiato per dimostrare come dopo un dottorato ci fossero possibilità di ricerca e lavoro in campo che non si ferma all'Italia ma coinvolge l'ambito internazionale, ottenendo risultati importanti.
Siamo entusiasti e soddisfatti di averli qui e speriamo che siano momenti importanti anche per voi che partecipate al simposio.

Enrica Di Toppa

Salve a tutti sono Enrica D Toppa e vi introduco la tesi del dottor De Francesco dal titolo “INFRASTRUTTURE DELL’ACQUA. Strategie adattive all’emergenza idrica dei mutamenti climatici. Progettare infrastrutture idriche di nuova generazione.”.
Il nodo centrale della tesi di Gaetano è l'affrontare una crisi che è quella dell'emergenza idrica, una crisi che da tempo le nostre città affrontano, ma anche negli ultimi anni, non si è mai trovata una soluzione procedurale che possa diventare prassi affinchè vengano progettate delle infrastrutture contemporanee.
Dall'elencazione dei vari dati si evincono moltissimi fenomeni che hanno causato dei danni ingenti alle nostre città, basti pensare al caso dell'uragano Sandy nel 2014, che ha messo in ginocchio le città di New York e di New Jersey.
Per questo si passa a fare un riflessione su quello che è oggi una città, che dovrebbe assumere un carattere resiliente, un carattere tale da poter sviluppare, come sta accadendo negli ultimi anni una nuova pianificazione di tipo adattivo.
Prendiamo in considerazione il piano "Copenghen adaptive plan", del 2011, che dopo un enorme nubifragio sono state sviluppate nuove forme progettali.
L'acqua non può essere solo bloccata all'esterno della città, poiché, se è vero che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria creerà dei danni ancora maggiori rispetto alla possibilità di inserirsi nel tessuto.
L'acqua può effettivamente diventare parte del sistema, può essere diramata all'interno del sistema venendo convogliata all'interno di spazi residuali, di zone in dismissione.
Da qui si passa la nodo centrale della dissertazione che vede il significato dell'infrastruttura contemporanea, che non  può essere più considerata, come accadeva nel secolo scordo, un'infrastruttura meramente ingegneristica, funzionale, ma un'infrastruttura che diventi “multitasking”, in grado di accogliere servizi per la comunità ed essere anche un catalizzatore parte integrante della città.
Tra gli esempi fatti si legano le strategie che Gaetano De Francesco porta in analisi, che sono legate a delle azioni, come diramare, andare a sollevare, convogliare l'acqua all'interno delle città, e lavorano sul suolo.
Un esempio particolarmente interessate è "hafenCity" di Amburgo, dove viene effettuato un lavoro a livello di pianificazione, un lavoro capillare, sistematico e anche temporale, che si va sviluppando negli anni.
Un altro tema individuato è quello della progettazione del parco di Turescape, che nel 2014 ha lavorato su un nuovo concetto di spazio pubblico, un luogo che recupera, con azione antropologica, la permeabilità dei suoli ormai compromessa dall'eliminazione delle zone umide, grazie a metodi di escavazioni che permettono all'acqua di essere assorbita dal terreno.
L'ultima parte della tesi vede l'approccio metodologico e procedurale della ricerca, di analisi contestuale verso una soluzione deduttiva e non predeterminata, applicato al laboratorio didattico, denominato dal dottore "InfraLab", dove gli stessi studenti vanno ad analizzare diversi contesti in cui è prevista una condizione di inondazione e capire quali possono essere le soluzioni più adatte rispetto ad essi.
A questo punto lascio la parola a Gaetano De Francesco.

Gaetano De Francesco

Buongiorno a tutti.
Bisogna innanzitutto capire come la ricerca è parte di un percorso, che non è solo il dottorato di ricerca ma spesso è anche ciò che ci stato prima.
Ho deciso di occuparmi di infrastrutture all'interno della mia ricerca perché anche in ambito didattico con il professor Antonino Saggio abbiamo trattato questo tema, la ricerca è la continuazione della tesi di laurea anche avendo trattato un tema totalmente differente che però tocca degli elementi comuni.
Questa ricerca parte da una tesi, che è quella delle inondazioni urbane.
Bisogna capire che l'inondazione urbana, che non è un fenomeno nuovo, ma molto antico e ormai sempre più frequente.
Questo significa che i cambiamenti climatici hanno portato ad un aumento delle precipitazioni nel breve termine, con la conseguenza di disastri sempre più numerosi.
Vi mostro un immagine molto importante di una infrastruttura in Cina, che appartiene ai tempi moderni ed esprime la potenza di un approccio tecnico ingegneristico, mentre oggi si tenta di andare verso una direzione più attenta al paesaggio, alla città e che cerca di lavorare su diverse componenti, non soltanto sul potere della tecnica.
La mia ricerca ricade all'interno di un contesto di riferimento, che da una parte è il dibattito sulle infrastrutture contemporanee, dall'altra è la ricerca di un modello di città adattiva, che si adatti ai fenomeni e non solo quelli climatici ma anche interventi dell'uomo.
Questa ricerca tenta di verificare in qualche modo quello che è il pensiero sistemico ed i paradigmi del digitale.
La ricerca, in qualche modo, tenta di individuare quelle che io definisco delle "best urban practice", quindi quali possano essere i progetti più importanti, i progetti paradigmatici, modelli da seguire per affrontare una crisi, con l'obiettivo di individuare delle linee guida che rispondano alla domanda su come progettare infrastrutture idriche oggi.
E' utile raccontare brevemente il percorso affrontato all'interno di questa ricerca, la struttura della tesi.
La tesi si divide in due mondi collegati: una prima parte che è più teorica informativa e una seconda che invece si concentra sul progetto, sui principi, sulle azioni, sulle tecniche.
Ho cercato di graficizzare la struttura del mio libro.
Nel primo capitolo che si chiama "equilibri instabili:crisi di un futuro presente.", vedete come ci fossero dei grafici perché in qualche modo ho fatto un'analisi che cercasse di mettere a nudo quello che è il problema delle inondazioni urbane, sulla base di dati provenienti da geografi, climatologi, urbanisti.
Il secondo capitolo, che si chiama "l'ambiente urbano come luogo della co-evoluzione", riflette su come oggi si tenti di costruire un nuovo modello di città, che non è una città statica o eterna, ma è una città in grado di modificarsi con gli eventi.
Il terzo capitolo riflette sul "climate change" come occasione di rilancio urbano e più specificatamente su una serie di piani urbani che sono stati messi in atto in Europa, che rappresentano degli esempi paradigmatici, come il "climate adaptation plan" di Copenaghen.
Il quarto capitolo riflette su come l'acqua, quindi la sua presenza, possa essere una risorsa e non soltanto un problema, individuando una serie di temi progettuali che normalmente sono oggetto di interesse architettonico.
Il quinto capitolo riflette sul concetto di infrastruttura contemporanea, andando a delineare come vi sia stata una trasformazione negli ultimi anni verso un modello sempre più "multitasking", multifuzionale, un modello che quindi lavori con diverse componenti.
Gli ultimi due capitoli rappresentano il punto più originale della mia ricerca e sono quelli che lavorano sui progetti, analizzandoli, dai quali scaturiscono delle conclusioni che io chiamo principi.
Mi soffermo soprattutto su questi ultimi due capitoli, chiaramente spero non sia solo una presentazione da parte mia ma una chiacchierata tra tutti, fermatemi e fatemi domande.
Questa che vi mostro è una mappa dei progetti.
Ho analizzato trenta progetti, che individuato attraverso una ricerca bibliografica fatta di fonti cartacee o attraverso l'uso del web.
All'interno di una stessa città spesso ci sono più progetti.
La maggior parte dei progetti ricadono all'interno di due nazioni, che per dimensioni sono totalmente differenti, ma che hanno in comune la presenza capillare dell'acqua, i Paesi Bassi e la Repubblica cinese.
La repubblica cinese è un territorio talmente ampio che alcune parti sono ricche di acqua mentre in altre vi è l'assenza.
Queste due nazioni hanno una lunga tradizione sul tema dell'acqua e delle inondazioni urbane.
Quando ho scelto i progetti ho deciso che dovessero avere tre condizioni al contorno.
La prima condizione è quella che il progetto debba operare all'interno della città, senza ulteriore espansione di suolo, non nuove infrastrutture, grandi dighe ai margini della città, ma infrastrutture che riqualificassero luoghi esistenti, fossero parti di vecchi vuoti urbani.
La seconda condizione è che l'approccio di queste infrastrutture fosse multiobiettivo, quindi non solo risolvere il problema delle inondazioni urbane, ma contemporaneamente risolvere anche altri problemi.
La terza condizione è che fossero in fase di realizzazione in modo che si potessero leggere in maniera più approfondita anche le ricadute di questi interventi dopo la costruzione.
Questi progetti ricadono in un ambito temporale che va dal 1990 al 2015 e vedete come quelle che ho considerato dei progetti esemplari aumentino man mano che si va avanti con gli anni, perchè da una parte si ha la presa di coscienza dell'importanza di questo tema e perché dall'altra vi sono sempre più disastri legati a questo problema.
Analizzando questi progetti, mi sono reso conto di come gli ambiti spaziali in cui queste tipologie di infrastrutture intervengono sono soprattutto di tre tipi: i "waterfront", quindi tutto ciò che sono i litorali, i "riverfront", quindi i lungofiumi, e luoghi all'interno della città, li ho chiamati vuoti urbani.
Sono tre ambiti totalmente differenti nei quali si interviene con tecniche totalmente differenti.
Per esempio questi sono tre progetti che intervengono all'interno di questi tre ambiti e sono tutti e tre in Olanda.

Antonino Saggio

La prima cosa fondamentale che si deve capire, e credo che si sia capita già con il tuo intervento, è che l'infrastruttura è un tema di architettura.
Questa è la prima cosa, che sembra scontata ma non lo è, è una grandissima occasione di architettura.

Gaetano De Francesco

Questi sono tre esempi che ricadono in questi tre ambiti spaziali e sono totalmente diversi.
Siamo in Olanda, nel primo caso siamo nel litorale turistico che aveva un problema a lungo termine, poiché un altro problema che tenta di scardinare questa ricerca è il fatto che non possiamo considerare queste infrastrutture secondo un breve termine, ma dobbiamo iniziare a ragionare secondo un lungo termine che significa tra 150 e 200 anni.
Chiaramente ragionare con un lasso di tempo così ampio diventa più difficile e per questo le infrastrutture tentano di essere sempre più flessibili, innanzitutto perché le proiezioni che ci danno i climatologi non sono certe, ad esempio il livello del mare in Olanda potrebbe essere un metro e mezzo così come potrebbe essere due metri, a noi sembra una cosa di poca importanza ma mezzo metro di differenza significa centinaia di metri sulla costa.
Tornando ai progetti, questo è un progetto che lavora sul litorale e quindi sull'innalzamento delle acque a lungo termine, è stato pensato come un progetto totalmente multifunzionale che andasse a costruire uno sbarramento ma anche nuovi parcheggi, nuovi spazi per il turismo e così dicendo.
Quello che vediamo è un canale di "bypass", che però non è un semplice canale ma un'isola per lo sport in determinati periodi dell'anno.
Infatti in alcuni periodi dell'anno l'isola viene il 90% sommersa ed è giusto che sia così.
Un'altra cosa è che fondamentalmente c'è anche un obiettivo di restituire terra all'acqua,

(minuto 57:10 - da completare)


 12 DICEMBRE 2017
WELFARE. NUOVI DISTRETTI RESIDENZIALI IN SVEZIA
Di Andrea Corsi

(da completare)

3 DICEMBRE 2017
STRATEGIE URBANE INTEGRATE PER AFFRONTARE LA CRISI DEI RIFIUTI URBANI
NUOVE OPPORTUNITÀ PER UN’ARCHITETTURA CIVICA
Di Saverio Massaro
Introduzione di Antonino Saggio
Questo è un simposio dedicato al dottorato di architettura in progettazione architettonica quindi che ha delle specificità tutte sue proprie, ovviamente, perché ha a che vedere con il core della disciplina dell’architettura cioè la progettazione, quella che una volta si chiamava composizione. Ci si muove in ambito di dottorato di ricerca e quindi il significato di questo parola nelle sue varie accezioni è al centro dei nostri interessi. Per fare questo noi abbiamo … [interruzione organizzativa saluti vari e spostamento sedie]
Allora riassumo molto brevemente anche per consentire un po’ a tutti di sintonizzarsi. Questo è il terzo giorno quindi abbiamo fatto un bel pezzo di navigazione con una buona dose di vigore. Credo si stia rivelando un successo. È un simposio e quindi un simposio ha delle formalità sue proprie e la prima è esattamente questa e quindi l’idea è, anche per voi che siete presenti solo in questa giornata, di potere avere anche solo per questa giornata l’idea di come funziona tutto il simposio. Il simposio funziona con la stessa struttura. Ogni giornata è composta da un menù di quattro ingredienti: i quattro ingredienti hanno tutti a che vedere col dottorato di ricerca, parola che abbiamo capito essere sempre più importante in questi giorni, anzi la vera parola chiave di tutta l’operazione. Ed è composto in questo modo: con la presentazione di una dissertazione che tra poco inizierà, un lavoro concluso negli ultimi 4-5 mesi che però ha ottenuto dalla commissione nazionale di giudizio il giudizio più alto, quindi un giudizio di eccellenza, ed è stata scelta per questo. Ne abbiamo fatte due, oggi subito dopo questo mio intervento iniziale daremo la parola a questa terza dissertazione. Dopo presenteremo un workshop fatto all’interno del dottorato. I workshop hanno natura diversa, alcuni hanno natura più progettuale, altri più natura teorica ma sempre in un mix di teoria e progetto che è il core del nostro dottorato. Quindi in questo caso avremo la presentazione del workshop tenuto dalla prof.ssa De Cesaris, ma come tra poco vi spiegheremo, anche con interventi dei dottorandi. Dopo avremo la presentazione di questo libro, "Linee di Ricerca", che è un libro prodotto all’interno del dottorato di Ricerca per il quale in particolare abbiamo invitato il prof. Taormina e il prof. Lecardane a intervenire ma siccome è una forma di simposio come vedrete il dialogo è aperto a tutti. Nel pomeriggio alle tre, dopo un piccolissimo lunch qua insieme, faremo una keynote lecture, che ha un peso, abbiamo scoperto, molto importante e ne abbiamo fatte già due con grande interesse di tutti. Una Keynote che ha lo scopo di evitare un’ossessiva autoreferenzialità di questi ambiti universitari, cioè di aprire anche rispetto alla realtà di ricerca, di lavoro, di operatività esterna, anche se con legami molto stretti in alcuni casi con questo stesso dottorato. Perché sia la figura di Nemesi di Michele Molè, che è sicuramente un architetto tra i più rilevanti in Italia in questo momento, sia la figura di Antonino Di Raimo sono entrambe legate a doppio filo a questo dottorato perché sono stati dottorandi e dottori di ricerca qui; nel caso di Di Raimo è stato mio assistente per molti anni e adesso è professore a Portsmouth quindi ci dà un’idea di cosa è che cosa è quest’evoluzione del lavoro fuori dall’Italia nel rapporto soprattutto tra ricerca e insegnamento. E dopo alla fine c’è la tavola rotonda e la tavola rotonda nel caso specifico si chiama Ricerca e futuro nel mondo del lavoro in cui evidentemente tutti siamo invitati a partecipare ma abbiamo dei key reference in particolare la prof.ssa Marras del CNR, ma anche Lecardane e Taormina se rimarranno. Nella tavola rotonda finale rientrano in gioco molte cose dette nella giornata e in questo caso nei tre giorni e si possono fare dei discorsi molto importanti molto chiarificanti secondo me perché arrivano dopo un certo tipo di ragionamento. Per esempio ieri secondo me ieri abbiamo fatto dei ragionamenti importanti sulla differenza tra ricerca e scientificità per esempio, su che cosa vuol dire fare un dottorato specialistico, che la differenza tra un dottorato specialistico che noi rivendichiamo ed altri. Tutti questo è registrato e sarà la base di un lavoro successivo di redazione e pubblicazione che verrà fatto. Siamo anche una fucina che continuerà a funzionare dopo. L’idea è che si partecipi alla giornata nella sua integralità senza obbligare nessuno.
Detto questo un altro aspetto chiave è che tutti gli individui che sono a questo tavolo, dottoranti del terzo, secondo anno o che addirittura hanno appena iniziato, matricole, sono coinvolti anche come attori della scena.  Quindi in ciascun modulo che noi presentiamo, vuoi tesi di dissertazione, tavola rotonda, eccetera sempre vengono coinvolti anche i dottorandi. Una sorta di complotto. Detto questo adesso iniziamo il primo slot. Cioè iniziamo con la presentazione della dissertazione finale da pochi mesi discussa, in questa struttura parte con un’introduzione di Irene Romano. Poi c’è il core dell’architetto Massaro che spiega. Poi ci sono delle domande pronte, un inizio di discussione di Benedetta Verderosa. La parola a Irene e poi cominceremo.


Irene Romano
Buongiorno grazie professore per la parola, ringrazio ovviamente anche Saverio Massaro per essere qui a presentarci la sua tesi di dottorato. In realtà nell’ introduzione vorrei sottolineare anche degli aspetti che secondo me sono coerenti anche con la struttura di queste tre giornate. Cioè il fatto che oltre ad essere da poco un dottore di ricerca Saverio è una persona che ha cercato di affiancare la ricerca anche all’interno dell’attività professionale. Quindi all’interno di uno studio di architettura di cui è socio fondatore, Deltastudio, che sta ottenendo dei riconoscimenti: finalista Yap del Maxxi, tra i 100 talenti creativi della regione Lazio, e quest’attività di ricerca lavora anche su esperienze che cercano di creare delle reti tra professionisti, ricercatori e studenti e realtà locali e cittadinanza, quindi cercando di attivare delle modalità per avere una promozione culturale sul territorio e conseguentemente ottenere degli esiti positivi per quanto riguarda la partecipazione a scala urbana. Ho fatto questo cappello, che ritengo si leghi bene un po' anche alle tematiche di questi giorni delle tavole rotonde che riguardavano la professionalità della ricerca e il rapporto anche tra ricerca e lavoro, entriamo anche molto brevemente nel merito della tesi perché Saverio ce la racconterà molto meglio di me. La tesi riguarda una crisi contemporanea che è quella riguardante la quantità di rifiuti prodotti, la sostenibilità dei rifiuti e le possibilità di smaltimento. Quindi riguarda effettivamente la gestione dei rifiuti nell’ambito urbano. È un campo molto specifico in realtà poiché leggendo la tesi emerge come il problema dei rifiuti possa effettivamente lavorare a più scale, dalla scala territoriale e paesaggistica per quanto riguarda le discariche, c’è il problema ovviamente dei rifiuti di tipo industriale, non potendo ovviamente affrontare questa complessità globalmente perché altrimenti la ricerca sarebbe stata infinita si è deciso un ambito tematico specifico. Secondo me affrontare questa tematica, che è una tematica molto attuale e che riguarda il nostro vivere nella nostra città vuol dire prendersi cura in effetti dei luoghi nei quali viviamo. E prendersi cura non vuol dire solo preoccuparsi delle cose ma, dato che nella parola cura c’è la radice cur che vuol dire perché, vuol dire effettivamente porsi delle domande sui luoghi nei quali viviamo. La prima domanda alla quale trovare risposta è proprio quella critica del come affrontare questa crisi. E mano a mano nel cercare di trovare una risposta ci si deve porre ovviamente ulteriori domande per poter procedere all’interno della ricerca. E quindi serve una risposta al come è stato possibile arrivare a questo punto, quindi come il compimento dell’epoca moderna con la fiducia positivista nella capacità della società dei consumi di produrre comfort e benessere in realtà abbia determinato tutta una serie di problemi. Le modalità con le quali Saverio trova risposte sono anche operative: quindi vanno a definire una proposta risolutiva in termini strategici. E diciamo che forse una sintesi sia dell’approccio da un punto di vista metodologico sia della tematica l’ho trovato in una frase che Saverio cita in apertura alla tesi, prima delle dediche ancora, che è “ogni fine è un nuovo inizio”. E questa frase indica sia una modalità circolare di approccio al problema dei rifiuti, che quindi ovviamente porta in sé i connotati di recupero, riciclo e riutilizzo, ma è anche metodologica perché proprio all’interno della tesi c’è un modo ricorsivo di ritornare sui problemi, riverificarne le risposte per poi arrivare a una soluzione finale.
Antonino Saggio
Bene mi sembra molto chiaro, a te
Saverio Massaro
lo dico a cuore aperto, faccio un po' fatica a iniziare stamattina perché sono un po’ emozionato. Veramente raramente mi capita, non è la prima volta che parlo in pubblico, che espongo lavori o tematiche, però credo che sia veramente importante devo ringraziare ovviamente il professor Saggio ma tutti voi per questa diciamo iniziativa veramente fantastica perché ricorda alcuni passaggi anche fondamentali della mia formazione. Alcuni di questi momenti li ho vissuti prevalentemente all’esterno e c’è anche un po' un connotato di nostalgia e come dire colgo l’occasione anche per dirlo a voi ragazzi che siete ancora nel dottorato di trarne il maggior vantaggio da queste occasioni perché a me hanno dato un sacco di energia durante il mio percorso. Per me è anche la prima giornata in cui c’è ovviamente qualcuno che addirittura mi ha studiato, mi ha analizzato, mi dà anche un quadro un po' più oggettivo e dal 28 settembre ad oggi non ho mai avuto il tempo di fermarmi e capire che cosa ho fatto. Pochi giorni dopo la dissertazione ho dovuto presentare in un convegno questo lavoro ma a caldo senza avere il tempo di guardarlo lucidamente perciò anche per me è utilissima questa giornata. Ho sostanzialmente ripreso la presentazione del 28 e come vedremo poi ho aggiunto pochissime slide al termine che facciano da input per il dibattito sul tema di oggi che riguarda il tema della ricerca in connessione al mondo del lavoro io ho cercato in questo breve lasso di tempo a dare seguito a questa ricerca e ci confronteremo anche su questo.
prima di entrare nel merito della dissertazione è doverosa una premessa su cui ci confrontavamo ieri con il professore. Questo tema dei rifiuti, questo cruccio tematico, nasce da una sfida che abbiamo intrapreso all’epoca della tesi di laurea quando dovendo scegliere un tema tra le varie proposte da me formulate e proposte al professore ci fu questa di affrontare una grave crisi che in particolare doveva riguardare la città di Roma e che sarebbe poi confluita nella strategia del corso che si chiamava urban green line, un progetto che la cattedra promuoveva e dentro cui appunto quel progetto confluiva e pertanto decisi di affrontare questa tematica che effettivamente aveva la potenzialità di essere generativa, di ricadere su tanti aspetti della vita, non solo urbana ma anche sociale e pertanto fu affrontata con un certo grado di ricerca e non solo come un tipico progetto di architettura. In questo collage si vedono un po' quelle che sono le componenti principali ovvero un focus sul programma che costituisce l’impalcato del progetto, quindi un progetto di mixitè che vede poi l’educazione come un fattore cruciale, fondamentale, una parte di metaprogetto che coinvolge tutta la città di Roma e che cerca di mettere a sistema una serie di vuoti urbani in prossimità delle stazioni ferroviarie della città perché il vero obiettivo era mettere in connessione il ciclo dei rifiuti con la vita urbana e pertanto provare a far circolare meglio e smaltire più efficacemente questi flussi ingenti attraverso l’utilizzo del treno o del tram. Come vedremo poi sarà un elemtno ricorrente che tornerà anche dentro la ricerca della dissertazione. E poi l’esito anche dal punto di vista estetico morfologico risentiva molto di un’analisi del frammento. Cercava di dare una connotazione, quasi anche di brandizzare in qualche modo l’architettura dei rifiuti affinché fosse maggiormente riconoscibile e come dire fosse più esplicativa del tema così complesso che portava. Una cosa anche molto interessante era l’aver già sviluppato questo progetto con una logica incrementale e adattiva diciamo quasi in un gioco di ruolo. L’Urban Green Line era questo grande contenitore tematico dentro cui tutti noi laureandi sviluppavamo i nostri progetti e come nel mio caso sviluppavo sul mio lotto il progetto in virtù di due progetti da poco conclusi: Li.N.F.A. e KIDULT di due mie colleghi, Rosamaria Faralli e Davide Motta tutte e tre uniti da questo filo verde del tram dell’Urban Green Line che passa dalla Tuscolana alla Casilina. Quindi questo era il trade union che univa i progetti. Questo tema del progetto incrementale è una logica che ho incorporato nella dissertazione. Veniamo adesso al modo con cui ho affrontato il tema: ho sempre cercato di far comprendere come diceva anche Irene più volte mi è stato chiesto in questi anni a che cosa fossi io interessato, quali tipi di rifiuti, perché ormai la parola rifiuto è veramente pluridimensionale così come il fenomeno che rappresenta. Oggi chiamiamo rifiuti anche i manufatti abbandonati, i vuoti urbani, quindi diciamo c’è un’estrema necessità di fare chiarezza sin da subito e lo dico proprio nel contesto del dottorato in cui ci troviamo affinché non vi siano dubbi sin dalle prime parole che pronunciate quando ci sia un collega o un docente, un reviewer che vi ascolta. Con queste poche immagini cerco di far capire come il fenomeno dei rifiuti sia assolutamente pervasivo, lo sia per le nostre vite sia da consumatori poco accorti lo possiamo dire dal punto di vista ambientale come in alto a destra come la questione della plastica così rilevante non solo da costituire delle isole artificiali negli oceani ma da essere completamente integrata negli organismi di alcuni esseri viventi e a cascata condizionare anche la nostra di salute. Per poi passare a delle condizioni tipicamente urbane veramente drammatiche di cui siamo sicuramente poco a conoscenza e questo l’ho potuto verificare anche in altri contesti in cui il tema dei rifiuti è centrale. In basso a sinistra abbiamo un quartiere de Il Cairo in Egitto che è praticamente una periferia che vive di economa circolare, questa popolazione che vive segregata in questa parte ci città vive del riciclo e del processo di rivendita degli scarti e dei rifiuti che vengono raccolti di notte in città con gravissime conseguenze di carattere sociosanitario e di salute pubblica perché per sopravvivere ipotecano la loro salute e la loro vita m spesso. L’ultima immagine in basso a destra è Beirut con un fiume completamente invaso da i rifiuti. Nella primissima parte della tesi vengono enunciati i presupposti di questa ricerca. Il primo è che il rifiuto è una convenzione e questa è un enunciato che ho mutuato dalle riflessioni che in questi anni il professor Saggio ha fatto sul tema delle informazioni associato all’architettura quindi il rapporto tra architettura e Information Technology. Scavando, leggendo, approfondendo ho capito che abbiamo lo stesso problema con i rifiuti cioè i rifiuti non sono cioè per un materiale che viene estratto, per una sostanza per una risorsa che noi abbiamo a disposizione in natura non è compreso una percentuale di rifiuto, il rifiuto è una convenzione che la società stabilisce ed attribuisce a un manufatto a un artefatto. Perciò una bottiglia di plastica vuota poggiata su un tavolo potrebbe essere oggetto di due interpretazioni completamente diverse: una risorsa oppure potrebbe già connotare quell’atmosfera intorno, quel contesto, in senso degradante, potrebbe già essere un rifiuto che non stiamo adeguatamente trattando. Altri punti fermi della riflessione sono il passaggio da un’analisi della società: siamo passati da una società che sviluppava prodotti, una società basata sulla produzione industriale, e sappiamo anche quanto questa ha condizionato la forma delle città, il nostro stile di vita, i nostri orari, il nostro modo di pensare e siamo passati in una società dei servizi, questo l’aveva già preannunciato Alvin Toffler negli anni ’70, e oggi potremmo anche dire che con lo sviluppo delle tecnologie digitali questa cosa la possiamo ampiamente tastare quotidianamente. L’altra questione che ho cercato di metter a sistema è il fenomeno delle città che si restringono, il famoso fenomeno del city shrinkage, ovvero la necessità di debellare e bloccare fenomeni di sprawl ed espansioni a macchia d’olio ovviamente incontrollabili e non gestibili dal pubblico e che allo stesso tempo mi porta a pensare a come una serie di manufatti legati al ciclo dei rifiuti debbano necessariamente essere introdotti in città e quindi si debba da progettisti affrontare un tasso di criticità di cui oggi forse poco ci siamo confrontati perché molto spesso troviamo delle cattedrali nel deserto, non guardando il problema non ce ne curiamo abbastanza. Il passaggio ecologia vs efficienza è anche questo un passaggio che riguarda gli studi che ho fatto nel mio percorso e che riguarda un approccio sistemico al progetto contro un approccio puramente quantificatorio e fin troppo ingegneristico che non tiene conto di alcune componenti vitali tra cui quella umana. Questo soprattutto quando si studia il mondo dei rifiuti è molto evidente perché se si guarda al sistema industriale è molto più orientato all’efficienza che all’ecologia. L’altra chiave è poi puntare sulla mixitè piuttosto che sulla monofunzionalità perché dà molte più risposte ed opportunità al progetto proprio in virtù di questa integrazione alla quale si intende arrivare con il contesto urbano e sociale. Questo schemino è stato elaborato ed è una prima bozza che aiuta a riflettere su quel tema della visione soggettiva che si dà del rifiuto. Abbiamo provato assieme al professore molto rapidamente prima della stesura finale della dissertazione a individuare con un piccolo diagramma un modo per metter in relazione il grado di degrado di una materia o di un oggetto e la nostra capacità di essere oggettivi o soggettivi nella valutazione di ciò che osserviamo o utilizziamo. Obiettivi e strumenti del lavoro: ho inteso sviluppare la dissertazione al fine di individuare delle figure urbane o architettoniche perché uno dei nodi chiave era capire qual è il ruolo del progetto architettonico e quindi anche del progettista in relazione a questo tema perché è un tema che molto spesso è appannaggio solo di alcuni ambiti tematici o disciplinari, il settore dei rifiuti sicuramente ma anche il settore economico, quindi tantissimi business plan ma pochissimi edifici convincenti dall’altro punto di vista o pochissime forme di consulenza o rapporto con gli architetti. Perciò capire cosa abbiamo in città e come cambia la città dal punto di vista architettonico urbano in relazione al tema dei rifiuti, offrire delle linee guida progettuali, perché è un dottorato in teoria e progetto, e delineare un’espansione di campo perché c’è bisogno secondo me che la disciplina del progetto abbracci questo tema e non lo lasci all’esterno in mano semplicemente  agli ingegneri o alle società private che devono ovviamente realizzare manufatti in città per gestire il flusso dei rifiuti. Per rendere più comprensibile la lettura e la navigazione nella tesi ci sono degli strumenti di navigazione che sono delle mappe delle timeline che aiutano a capire i criteri con cui ho selezionato i casi studio di esempio, una matrice che rende in forma grafica alcune linee guida di progetto, l’intreccio dei vari parametri, delle varie tipologie, dei vari servizi o funzioni, e poi un glossario terminologico che aiuti ovviamente a comprendere sia alcuni concetti che ho elaborato personalmente sia nozioni dell’ambito tematico di riferimento. Con la timeline, ho cercato di metter in relazione i casi studio, i progetti più rilevanti che ho ritenuto di dover selezionare, con il mutamento normativo in Europa dalla formazione dell’Unione Europea sino ad oggi. Perché una cosa che non ho ancora detto questa dissertazione non ha un caso studio, ha un ambito di analisi ristretto all’ambito europeo perché sostanzialmente questo rafforza il focus della ricerca, la tesi che io propongo e che metto a discussione e soprattutto perché le città europee, i contesti europei, condividono molto tra di loro e quindi è più facile fare un’analisi comparativa. Sarebbe stato praticamente impossibile comparare USA, Europa e Asia o Africa, sono contesti urbani e sociali completamente diversi. Quindi questa timeline aiuta a capire l’evoluzione normative dell’UE in relazione a questi progetti, progetti che nascono anche in tempi non sospetti e che sono molto innovativi. Questa è una mappatura che fa capire la localizzazione e già una tipizzazione dei progetti in virtù delle loro qualità programmatiche, quali sono le funzioni principali che svolgono. Poi una terza mappatura volta a far comprendere il rapporto tra manufatto e città, quindi quanto i manufatti scelti siano dietro l’angolo molto spesso e questo è un dato di consapevolezza di cui va tenuto conto. Questa è l’articolazione: dopo un inquadramento generale viene fatta un’analisi, viene aperto un forum, che delinea il contesto di riferimento e qui le discipline che entrano in gioco sono diverse, c’è un carotaggio dentro il sistema economico, c’è il contributo dell’arte, ci sono varie voci che si sono confrontate con il tema dei rifiuti, viene proposta un’ipotesi operativa, quindi come ripensare l’articolazione spaziale della filiera, qui stiamo parlando del sistema complessivo, di come la filiera comprende tanto i manufatti, i tracciati, i flussi e tutti gli attori, operatori economici coinvolti, si delinea successivamente un framework strategico, quindi si cercano contributi per una programmazione più a lungo termine per capire anche qual è il ruolo del progetto, e poi viene formulata la proposta per un programma di formazione perché come abbiamo imparato nella tesi di laurea l’educazione è un pilastro e quindi può essere considerata, anche come osservavamo con Cristina pochi giorni fa, un cavallo di troia che permette anche all’architetto di interfacciarsi in diversi contesti, da quello accademico, a quello professionale a quello aziendale per una questione di consulenza. Qui veniamo al concetto chiave che anche Irene e Benedetta hanno rimarcato nelle loro letture della dissertazione che è quello di architettura civica, che è un concetto che a me serve per mettere insieme due aspetti che secondo me non posso essere separati: uno è inserire l‘architettura dei rifiuti dentro l’alveo dell’architettura civile, però considerando questo passaggio come un upgrade, perché l’architettura civile che noi conosciamo ha una limitazione di carattere tematico e terminologico, quindi quella è la casa che io attribuisco a questo genere di manufatti e che costituiscono l’hardware di questo ragionamento, e che sono la carne della città. L’altra è il design di processo e la creazione di valore civico perché è chiaro che se l’UE parte dall’educazione ad essere ingaggiati sono i cittadini, gli utenti, i consumatori, le persone e affinché vi sia un certo tipo di creazione di valore e di comportamento è chiaro che bisogna approfondire questo aspetto che non può essere marginale e sganciato, altrimenti si va per strade che divergono. Nella riflessione, nella parte di ricerca, ho cercato anche di far capire come l’aspetto dell’architettura civile, questa metamorfosi in atto e questo upgrading, lo si inizia a percepire andando ad analizzare i primi manufatti che sono stati creati dall’uomo per fronteggiare la questione dei rifiuti, quindi si parte dagli inceneritori. I primi sono nel nord Europa, ad Amburgo, e in altre zone limitrofe li ritroviamo alla fine dell’Ottocento e hanno un po’ quei caratteri dell’architettura civile che ritroviamo anche in altri ambiti perciò manufatti di qualità pensati per il lavoro umano diciamo legati alla produzione industriale. Un elemento ricorrente come quello della ciminiera che appare e li ritroviamo sostanzialmente già in prossimità dei contesti abitati, dopo subentra una fase in cui a prevalere sono le macchine, sono le attrezzature perché ovviamente il processo di produzione diventa sempre più meccanizzato, sempre più industrializzato con la conseguenza che questi edifici diventano contenitori il più flessibili possibile, amorfi perché a governare sono gli impianti e non più le attività dell’uomo. In questa fase evolutiva di questa tipologia a determinare per me un punto di svolta , è una cosa che rimarco, è l’inceneritore di Spittelau a Vienna che dopo un incendio negli anni ‘70-‘80 viene completamente rimesso in piedi dall’azienda Wien Energie che commissiona il lavoro di restyling di tutta la parte esterna a Friedensreich Hundertwasser, un architetto artista austriaco che credo che conosciamo un po' tutti, ha uno stile estremamente riconoscibile, che rimodella l’immagine del manufatto facendolo diventare un landmark della città e vedremo anche ripeterà quest’operazione anche per l’inceneritore di Osaka, gemellato con quello di Vienna. Al di là di questa operazione esterna, il caso di Vienna è molto particolare perché è un impianto di incenerimento costituito da due manufatti, nel secondo manufatto vi sono tutta una serie di funzioni e spazi che non penseremmo mai di trovare in un impianto di questo tipo: c’è un centro di accoglienza clienti perché l’energia prodotta dall’incenerimento viene trasmesso alle abitazioni tramite un sistema di teleriscaldamento, c’è quindi un servizio di consulenza per formulare il proprio piano energetico per la propria abitazione o i propri uffici, vi  è un museo con mostre permanenti, vi sono altri servizi come i sistemi di ricarica elettrica per l’automobile; è un vero hub contemporaneo e multifunzionale che tra l’altro sta proprio in un ganglio urbano tra la stazione della metro, il fiume e una serie di fasce infrastrutturali, quindi una situazione davvero molto complessa però è un punto estremamente importante della città. Il terzo step arriva con il progetto di Bjarke Ingels in fase di completamento a Copenaghen che in qualche modo porta alle estreme conseguenze, sicuramente dal punto di vista del programma, ciò che avevamo già visto a Vienna, addirittura questo impianto di incenerimento è avvolto da una serie di spazi per la formazione, la ricerca, bar, caffetterie e addirittura la copertura diventa una pista da sci. Tutto il rimando simbolico-informativo, di dialogo con la città, viene espresso da questa ciminiera particolarmente progettata e tecnologica che produce questo anello di vapore che misura la quantità di CO2 prodotta durante l’arco della giornata, anche qui stiamo sempre parlando di landmark su più fronti. Per quanto riguarda invece la nozione di civico come diceva Irene si arriva ad assimilare il concetto di civico a quello di cura, pensare all’intelaiatura della filiera dei rifiuti come una serie di spazi e servizi attraverso cui noi come cittadini consumatori o meglio prosumer riusciamo a prenderci cura degli oggetti e delle materie che utilizziamo, evitarne lo smaltimento in discarica ma un continuo riuso, quindi allungandone il ciclo di vita, quindi c’è questo portato sia pratico che sociale, ma soprattutto un vero punto fermo utile per lo svolgimento della riflessione è stato quello di Massimo Cacciari, che ho trovato nella lettura del libro “Terre Nuove” della professoressa Sara Marini dello Iuav, ho scoperto che aveva prodotto alcuni scritti su Casabella negli anni ‘80, in uno in particolare nel quale parlava del concetto di polis e civitas nell’antica Grecia e della cultura romana, mettendo a confronto i nostri modelli passati, dai quali veniamo. Cacciari dice una cosa chiarissima: la polis greca è un modello fatto e finito, un modello di riferimento al quale ci si ispira, possiamo definirlo un modello ideale che viene inseguito, al contrario nella cultura romana questo accordo non si trova, perché è il cives, il cittadino che predomina su una visione complessiva, è il singolo, se vogliamo il frammento della società, che ritiene di essere in qualche modo il risolutore di qualsiasi problema. Da qui una situazione talmente frammentata che mi porta a considerare quell’aspetto di design di processo e di coinvolgimento della comunità e della parte umana fondamentale anche alla luce di queste letture. Vado un po' più rapidamente, dicevamo prima anche l’inserimento delle altre discipline. Ho trovato veramente molto particolare, e l’ho evidenziato, notare come tutto il ragionamento che viene fatto in termini di rifiuti ed economia è stato particolarmente estinto da tre architetti. Più leggevo e più rimanevo a bocca aperta da questo punto di vista, perché negli anni ‘70 Walter Stahel che è laureato in architettura formula questo quadro teorico dell’economia circolare con un paper presentato a una commissione europea. Successivamente William McDonough insieme al collega Braumgart sviluppa il modello cradle to cradle dalla cula alla culla, anche questo molto noto e utilizzato nel filone ingegneristico industriale. Per ultimo Tomas Rau che nei Paesi Bassi sviluppa tanto l’attività di progettista quanto è titolare di un’impresa che propone modelli legati al principio dell’economia dell’efficienza, per cui fa noleggiare i prodotti e detiene in mano il flusso il ciclo di vita dei prodotti legati all’edilizia, quindi corpi illuminanti così come i rivestimenti delle facciate. È quindi molto interessante notare come gli architetti diversificano le loro competenze e sono in grado anche di offrire servizi ulteriori. Invece per quanto riguarda il mondo dell’arte faccio molto riferimento all’esperienza di quest’artista francese, un artista giovane che ha sviluppato un protocollo di qualità per le proprie opere, che prevedono sempre il coinvolgimento sia delle aziende, in questo caso l’azienda che gestisce i rifiuti a Parigi, sia la comunità e cerca di trasformare concretamente i rifiuti, non solo di esporli. Il primo è un padiglione che viene realizzato in un sito di cantiere, laddove si stava ampliando un impianto di trattamento rifiuti a Parigi, e quello che vediamo è a valle di questo processo, cosa viene generato: dagli scarti di costruzione che vengono raccolti si produce una nuova mescola che serve a realizzare un tassello di una piazza pubblica nello stesso quartiere. Qui altro che artista, progettista a molti più livelli di quello che siamo abituati a vedere. Un altro passaggio fondamentale, c’è tanta economia, c’è tanto anche management e c’è poca architettura in questa riflessione pertanto uno degli obiettivi è stato cercare di tradurre la gerarchia dei rifiuti europea che vede la prevenzione all’apice e lo scaricamento in discarica dei rifiuti come soluzione meno richiesta quindi tradurre questa gerarchia in spazi urbani, capire come cambia la città. L’ho fatto seguendo dei principi che tentino di dare un cambio di passo rispetto a quello a cui siamo abituati perché questi spazi sono sempre pensati come la morte della materia, sono l’ultimo stadio o sono semplicemente depositi per materiali ‘in coma’; non c’è ancora un vero e proprio approccio progettuale che ci faccia pensare a questi come laboratori o come spazi per creare valore o ridare nuova vita agli oggetti, perciò produzione è uno di questi principi, sinergia e convergenza cercano di fare in modo che ci sia un collegamento tra le varie reti e infrastrutture dell’agglomerato urbano, la gestione e quindi la capacità di saper gestire e reindirizzare i flussi che passano all’interno di questi spazi e poi ovviamente anche l’interscambio, spazi che possano facilitare anche lo scambio tra diversi tipi di mobilità sempre con una logica centrata sull’utente. Ho individuato degli ambiti urbani dove è possibile ipotizzare interventi di progetto perché non è ovviamente possibile pensare a una scrittura continua sulla città, non è possibile spalmare atomi di edifici che riguardano il ciclo dei rifiuti in maniera uniforme, non so, ogni 200 metri per ogni quartiere ogni 100 abitanti. Non avremmo fondi, finanziamenti, non ci sarebbe un punto di partenza progettuale da questo punto di vista. Pertanto attacco il progetto puntando sulle infrastrutture, come ho fatto nella tesi di laurea, puntando a trovare delle sinergie con il sistema della produzione e del commercio, come anche indicato dall’unione europea, e poi puntando sulle reti della conoscenza, quindi le scuole, le università, i centri di formazione, proprio per tornare al principio dell’educazione enunciato all’inizio. Questa è la matrice, tornando agli strumenti di navigazione, con cui metto insieme tutti questi parametri e individuo queste figure urbane in maniera multiscalare, dall’interfaccia passando per nodo, buffer, factory arrivano anche al playground quindi a una dimensione anche più paesaggistica dell’intervento, quindi individuando le scale, i servizi, le tipologie di frazioni e anche quei servizi e quei programmi utili per il progetto. Qui individuo invece le condizioni spaziali e delle figure urbane appoggiandomi a degli esempi, cerco di sostanziare la mia ipotesi con dei casi studio, delle best practice. Per quanto riguarda i campi di interferenza che sono appunto queste linee di congiunzioni con le reti e le infrastrutture esistenti ma che abbiano anche un respiro, un’area una scala ampia, ho preso il caso di Amburgo, delle Energy Hill di Amburgo, una discarica in pieno centro urbano che diventa un parco dell’energia con una passerella che si illumina di notte, quindi un landmark orizzontale, un sistema di approvvigionamento energetico con pale eoliche e pannelli fotovoltaici e poi un centro visite informativo con una parte didattica prevista in un manufatto a lato di questa collina. Propriamente nulla di nuovo, se non fosse per la produzione energetica, l’esempio che veniva prima di questo era il monte dei Cocci a Roma, quindi sappiamo già storicamente come le città siano in grado di riassorbire metastasi di questo tipo come le discariche e siano in grado di trasformarle in novi spazi urbani. (Per quanto riguarda) le interconnessioni infrastrutturali ho trovato il caso di Parigi dove ho effettuato due sopralluoghi in date diverse emblematico. Parigi è tra le capitali europee che secondo me stanno sviluppando una strategia sui rifiuti m efficace e lo fa in maniera multiscalare mettendo a sistema tutto ciò che ha: questo secondo me è uno dei casi migliori di collocamento dei centri raccolta lungo il Périphérique, questo anello viario che circonda la città impropriamente lo potremmo definire il GRA di Parigi per capirci, tra i vari interventi che vengono programmati dalla municipalità e dall’azienda che si occupa dei rifiuti vi è l’innesto di questi centri di raccolta nel sotto viadotto in diversi tratti. Questo è uno dei progetti più recenti, fatto a Port de Pantin, e che secondo me ha un esito anche estetico di pregio e ha anche un contatto con l’asse stradale e con il tram che gli passa intorno che gli dà maggior valore. Per quanto riguarda i nodi di convergenza parliamo di quegli edifici che hanno una certa mole, una certa scala, e che sono in grado di incorporare molteplici funzioni tra loro sinergiche. Siamo sempre a Parigi lungo la Senna, se prendiamo il treno per andare verso la Reggia di Versailles il treno passa dietro questo impianto di trattamento, l’Isseane, che si trova tra il fiume e i binari. Tu pensi di essere passato davanti alla fermata del centro commerciale e invece ti trovi davanti all’inceneritore che è per due terzi interrato perché ovviamente la ciminiera non poteva gareggiare nello skyline con la Torre Eiffel, questo si evince dalle cronache dei giornali, è stata trovata dai progettisti nel 2008 una soluzione davvero intelligente e questa scatola dura di cemento viene completamente rivestita da un sistema di pannellature in legno e da una facciata che si sgancia quasi per estrusione su cui avvengono una serie di cose tra cui rampicanti, verde e anche delle ampie finestrature che ci permettono di vedere l’interno di questa macchina che è aperta. Io l’ho potuta osservare nella giornata europea del patrimonio in cui c’era una visita guidata all’interno con una spiegazione molto dettagliata del funzionamento dell’edificio, un plastico che ricostruisce minuziosamente la sua struttura e i suoi impianti e anche la spiegazione di tutte le particelle, le polveri che vengono prodotte a valle di questo trattamento. Parliamo di un impianto che è legato a una rete di teleriscaldamento quindi anche qui c’è produzione di energia ma soprattutto c’è un legame vitale con le infrastrutture perché quella chiatta che vedete sulla Senna trasporta rifiuti che vengono scaricati all’interno del manufatto attraverso un ponte sul fiume. Perciò viene ridotta la quantità di CO2 prodotta dal traffico veicolare dei mezzi tecnici, altro obiettivo tematico dei bandi con finanziamenti europei a cui noi dobbiamo far fronte, tutto torna. A una scala più piccola invece troviamo il caso del Maag Recycling Centre di Winterthur, un paesino della Svizzera in cui questo manufatto viene completamente aperto alla città, in tedesco è chiamato “Recy-Hof”, hof significa giardino in tedesco, e quindi dà proprio l’idea di questo luogo per la comunità dove andare a lasciare quello che non serve più, scambiarlo, pesarlo, ricevere crediti in cambio e avere la possibilità anche di parcheggiare, quindi come una piccola struttura e la possibilità di lasciare la macchina in copertura, passare attraverso un giardino semiartificiale realizzato con un paesaggista e poi attuare questo scambio in maniera completamente trasparente. C’è una parte invece che riguarda quei modelli che riescono a mettere a sistema molti più elementi e che non sono legati a un singolo manufatto. Li passo velocemente in rassegna, sono delle esperienze virtuose che ritengo utili proprio perchè mettono insieme vari elementi. Questo è (non comprensibile) è un’esperienza proposta da Atelier d’Architecture Autogérée, è uno dei progetti più visti e premiati negli ultimi anni, si trova in tantissime Biennali. Quello che hanno proposto alla pubblica amministrazione di Colombes, che è una frazione di Parigi nella periferia nord, era una strategia che prevedesse la realizzazione di tre edifici che riuscissero ad essere auto sostenibili e a scambiare dei flussi e ad essere in qualche modo autocostruiti ed autogestiti dalla comunità perché questi due architetti sono anche molto bravi nella fase di coinvolgimento e di design di processo. Di questi tre edifici solo due sono stati realizzati e sono: “Agrocitè” che è questo centro sulla sinistra che è stato smantellato da pochi mesi perché è cambiata la giunta, ma proprio in queste settimane sta venendo ricostruito a poche centinaia di metri e che prevedeva un orto di comunità gestito in un’area in cui le torri predominano, era una parte interna, un’area per bar e seminari, veniva gestita da un’associazione di giardinieri. Mentre a poca distanza c’era questo RecycLab fatto con container riciclati con l’aggiunta di legno di scarto dove appunto era la base per questi lettori che andavano a ricercare materiali di scarto nel quartiere, parliamo anche di una scuola in prossimità, abbiamo un Fablab per dare lo spazio per riprogettare i materiali raccolti e altre attività di carattere sociale. Questo era un po’ lo schema con cui questi architetti hanno non solo formato il processo ma sono gli stessi schemi che fanno fare agli studenti nelle università in cui insegnano. Doina Petrescu insegna nel Regno Unito e fa fare questa attività di mappatura dei flussi ai suoi studenti. Un secondo caso che ho visto a Parigi di persona è quello dei Bellastock; i Bellastock sono un caso abbastanza emblematico perché riescono a mettere insieme la partnership dell’università, un festival itinerante, la pubblica amministrazione, fanno da collante tra i cittadini, gli investitori privati e la pubblica amministrazione e per fare tutto questo riutilizzano gli scarti di cantiere dei luoghi in cui vanno ad operare e programmano insieme ai ragazzi workshop di  autocostruzione e un grande festival in cui tutta la cittadinanza è coinvolta. Poi c’è questo di Amsterdam che invece è molto più incentrato sul design dei servizi ed è un’infrastruttura molto più agile e guidata dai sistemi digitali. La scorro, mi sono dilungato troppo. Questa è la parte del framework strategico che si appoggia a questi principi: sviluppare un modello decentralizzato e scalare, farlo secondo un approccio incrementale e adattivo, l’ho fatto utilizzando il city forming protocol che è sviluppato nell’università di Palermo in particolare dal professor Maurizio Carta, e poi ho cercato di sfatare il tabù di questi manufatti dei rifiuti cercando di compararli con altri manufatti che invece hanno un maggior successo come le stazioni di rifornimento carburanti e le sottostazioni energetiche che fanno ben più parte del nostro orizzonte di progetto rispetto ai centri di raccolta o alle isole ecologiche. Per dare le linee guida di progetto mi sono appoggiato al concetto di unblackboxing che ho mutuato dalla scienza e dalla sociologia.
[saggio fa notare che il tempo è poco]
Queste erano le linee guida che hanno un carattere politico. I due casi di studio che ho preso come riferimento per capire il concetto sono il programma UA, in cui queste scatole nere, veri e propri buchi neri nella città che erano i serbatoi dell’acqua vengono riprogettati e ripensati come spazi pubblici accessibili e questa operazione di progetto vede alcune operazioni chiave tra cui una maggiore accessibilità, un utilizzo della luce e via dicendo, adesso non possiamo soffermarci troppo, e sono comunque gli stessi elementi che ritroviamo a Bressanone in questa centrale di teleriscaldamento in cui la copertura diventa uno spazio pubblico attraverso una pista da skate. In ultimo c’era il programma di formazione che è stato elaborato seguendo un po’ la mia esperienza da studente, da dottorando, e un po’ ripercorrendo le tappe della dissertazione ed è pensato come un sistema smontabile ed adattabile alle diverse necessità. Il follow-up a questo punto me lo giocherei nel pomeriggio, è troppo tardi.

Antonino Saggio
Bene, innanzitutto grazie Saverio, allora io nel frattempo do il benvenuto al professor Secchi, alla professoressa Mandolesi, all’architetto Di Raimo e all’architetto.. allora questo è un simposio, sedetevi e stringetevi come tutti gli altri così possiamo vederci tutti.
Adesso diamo la parola alle domande, facciamo dieci minuti un quarto d’ora di commento e poi passiamo all’altro slot. Bene, c’è una domanda preparata e poi iniziamo.

Benedetta Verderosa
Allora, io parto facendo una piccola considerazione. La tesi affronta un tema che sicuramente è emergente, quello dei rifiuti, e gioca appunto su questo ruolo del rifiuto visto non soltanto come rifiuto ma come risorsa e la crisi come opportunità per dialogare con la città innescando meccanismi di (non comprensibile) urbano e quindi invitando a pratiche di riconsiderazione del rifiuto. Io vorrei capire una cosa; quando ho letto ‘l’architettura dei rifiuti’ mi è venuto in mente un caso molto vicino a me, perché io sono campana, e cioè la stazione di Afragola a Napoli di Zaha Hadid. Recentemente si è scoperto che nelle fondazioni sono stati interrati dei rifiuti tossici e quindi questo mi fa capire come in realtà ci sia uno scollamento tra quello che noi studiamo quindi tra il ruolo che l’architettura dovrebbe avere nei confronti di una crisi come quella dei rifiuti e come effettivamente invece venga sfruttate dalle ecomafie e tutto il resto e quindi in chiave non negativa ma praticamente tragica. Allora io vorrei capire se è giusto (non comprensibile)  ad edifici che pochi.. sicuramente è giustissimo pensare ad architetture civiche, al cittadino, a far visitare questi manufatti della filiera dei rifiuti ma mi chiedevo se non fosse più performante a questo punto affrontare il problema proprio nella piccola scala. Quindi non so, promuovendo un tipo di architettura che nel dettaglio costruttivo riutilizza appunto il rifiuto, cioè l’architettura è più attiva, l’architettura stessa riutilizza il rifiuto, secondo me è interessante sapere come il rifiuto viene riutilizzato, per esempio ho visto che ci sono dei coibenti che sfruttano materie di scarto con il riciclo. Te lo chiedo perché ho visto che tu comunque (non comprensibile…voce di Saggio sovrasta Benedetta)

Antonino Saggio
Due cose e poi cominciamo, Lecardane si è prenotato, poi anche altri se vogliono intervenire su questo libro. A me interessa tessere un po’ sempre i fili del simposio e rifocalizzarci su alcune cose che sono molto importanti a mio avviso. Ieri parlavamo di questo fatto fondamentale e di un dottorato in composizione architettonica che ridefinisce costantemente lo statuto stesso della disciplina e il campo stesso della disciplina. Io credo che questo sia un ottimo esempio di questo. L’architettura anche solo di 70-100 anni fa non aveva questa tematica al suo core; oggi questa tematica è una tematica che abbiamo capito proprio attraverso questo lavoro, è proprio leggendo questo lavoro. Non l’abbiamo certo scoperta ma l’abbiamo capita, attraverso questo lavoro come parlare oggi di progettazione architettonica. Noi parliamo di progettazione architettonica e come il tema della progettazione architettonica oggi non solo investe questa crisi ma la investe con dei caratteri completamente nuovi come ad esempio questa idea della circolarità della progettazione, del processo, della circolarità poi anche di aspetti costruttivi ecc. è proprio un allargamento di quelli che erano i confini precedenti della disciplina ma che sono confini disciplinari. Questo è il punto chiave. È la progettazione architettonica che si fa carico di queste cose, ed è la disciplina della progettazione architettonica; questo spartiacque è uno spartiacque fondamentale da centrare però non si capisce, ma è un discorso che già avevamo fatto ieri. Dal mio punto di vista questo chiarisce in maniera molto chiara che cosa vuol dire ricerca nel nostro caso perché questo diventa in qualche maniera paradigmatico di una serie di operazioni, moltissime altre cose sarebbero da dire e io non le voglio dire anche per non togliere il piacere agli altri di intervenire su questo tema. Prego
Renzo Lecardane
Una breve riflessione sul tema dei rifiuti. Innanzitutto complimenti, mi pare sia stata piuttosto premiata comunque fanno bene quando sei dottore fresco. C’è un aspetto interessante, è quello de il rifiuto dove lo metto, lo nascondo? Quello che è emerso nella domanda. Poi il rifiuto che [non comprensibile]-isco e poi il rifiuto che produce energia. Questi aspetti sembrano interessanti, sicuramente la tesi avrà individuato delle questioni anche di metodo ma anche dei riferimenti però io credo che siccome appunto parliamo di progetto di architettura poi il progettista intorno all’immaginario dei rifiuti crea degli immaginari che a volte nasconde. Di recente a Palermo è stato chiuso un grande parco proprio vicino al campus universitario perché si è scoperto che sotto questo parco Cassarà, che poi è il parco della valle del Loreto, ci sono dei rifiuti speciali, pertanto è stato chiuso in una notte e da due anni a questa parte si dice che prima o poi si interverrà. C’è stato un grandissimo progetto, il Parque Tel a Lisbona in cui Engrave e Proap hanno creato le vele, delle piccole montagne, in realtà sotto le montagne ci sono rifiuti, trattati ma ci sono rifiuti perché era una discarica. Allora c’è tutto un immaginario di progetto che secondo me va esplorato. Andando sulla tesi la domanda è la seguente: innanzitutto sono molto contento che ci sia molta Francia, però mi chiedo perché, è una questione legata al dottorando oppure perché in realtà in questo momento l’Ile de France, perché lei ha mostrato in realtà Parigi e i suoi dintorni, è un luogo in cui questo tema è fortemente affezionato? E poi, ha provato ad andare oltre quello che vede? Ha parlato con chi gestisce? Perché lei ha parlato di visite durante la giornata del patrimonio in cui ti mostrano sempre il meglio che un luogo può dare perché c’è tutto un aspetto didattico, allora in una tesi dottorale io mi aspetto che il dottorando vada oltre e quindi parli con il responsabile della sezione X della centrale, parli con gli ingegneri, parli meno con gli architetti, cioè con quelli che gestiscono l’opera, perché lì potremmo scoprire che magari l’opera, che appare ben fatta, corretta dal punto di vista dell’impianto urbano .. poi invece non risolve altri fatti.

Antonino Saggio
Hai già il programma per l’assegno di ricerca. Prego, volevo dirvi una cosa, naturalmente come tutte le nostre cose è tutto online. Se qualcuno ha la curiosità di vedere la tesi di laurea di Saverio Massaro basta mettere Saverio Massaro, Antonino Saggio e la trovate subito, stessa cosa per il libro che è completamente disponible attraverso il sito, è tutto pubblicato, tra l’altro la dissertazione come avete visto girando è anche molto ricca di stimoli per un architetto tout court si vede un mondo che è dietro questa tematica che è ricchissimo al di là dell’impalcatura teorica. Prego, c’è un’altra domanda.
Irene Romano
Sì, infatti, oltre a dei riferimenti dal punto di vista economico (non comprensibile), probabilmente ancora più di quanto si vede in questa presentazione c’è un’attenzione agli esiti spaziali degli esempi che vengono portati che nel testo sono sviscerati con più profondità rispetto a quello che si può fare in una breve presentazione. Entrando poi nel merito di queste caratteristiche spaziali che un pochino abbiamo anche intravisto, una che emerge è un po’ come si presenta questo edificio all’esterno, tra le varie maniere una di quelle auspicate è la trasparenza, come se fosse ancora un valore, lo vediamo anche nel caso di quella centrale a Parigi, quella sul fiume insomma, in cui tu hai usato proprio la parola macchina. Ecco allora io mi chiedo: è corretto utilizzare, mostrare questa struttura ancora come una macchina, partendo poi dal presupposto che è proprio la visione dell’organizzazione e della gestione della città come una macchina che ha generato il problema dei rifiuti, quindi se questa rappresentazione all’esterno è ancora effettivamente valida.
Marras (?)
Una domanda brevissima da un punto di vista esterno. Molto brevemente, questa sua ricostruzione della filiera del rifiuto a partire della riconsiderazione della definizione di rifiuto ha portato anche a un ripensamento della terminologia del progetto architettonico che tu hai utilizzato, cioè hai ridefinito i termini attraverso i quali tu ricostruisci anche, in senso di terminologia tecnica, la filiera o comunque i percorsi che tu hai individuato, nel progetto architettonico?
Antonino Saggio
Nella tua risposta, puoi illustrare brevemente anche uno solo dei sotto moduli didattici perché ogni modulo ha una sua struttura circolare e credo che sia interessante per loro vederlo, non so per il follow up cosa preventivavi
Saverio Massaro
Sì, parto dalla fine. Sì la ridefinizione terminologica in alcuni passaggi era necessaria, come quando ho indagato il tema dell’isola ecologica e credo che uno dei mali sia proprio chiamarla isola, va contro tutti i principi sistemici che tu devi cercare di applicare per risolvere il problema, no tu chiudi in compartimenti costantemente, e questo è un dato che rilevava anche l’urbanista spagnolo Sevillo che diceva che ci sono delle pratiche che sono costantemente degenerative e che nella loro capacità di ripetersi così tanto danneggiano proprio il tessuto urbano. Perciò sì e quella ridefinizione terminologica ho cercato di applicarla nella matrice dove dall’interfaccia al playground c’è una connotazione più chiara, altre questioni sono proprio discorsive, quando tratto dell’isola ecologica ad esempio.

Antonino Saggio
Però questa osservazione è talmente importante perché è proprio un’osservazione di metodo, talvolta abbiamo bisogno di ridefinire i termini e di farli entrare nel tavolo con la potenza di un nuovo termini, e questo è una prassi e quindi dal punto di vista metodologico un’osservazione estremamente importante e centrata

Saverio Massaro

Ora ci rifletto ancora un po’ sul modulo, vado a rispondere alla domanda del professore, che sicuramente è necessario quel tipo di approfondimento richiesto, come l’interlocuzione con alcuni soggetti. Ho avuto la fortuna di poter acquisire una serie di informazioni dal vivo e in particolare l’azienda di Vienna ha aiutato molto. Ma era praticamente impossibile riuscire ad andare oltre per limiti di carattere temporale o cose che non sono preventivate, le cogli come opportunità, le integri e sai che possono essere i primi punti di partenza per un follow-up, quello che può essere un Post-Doc o una ricerca ulteriore, un’analisi più specifica, perché sappiamo benissimo quanta ricerca del consenso ci sia in un mondo come questo e in altri settori problematici e quindi come alcune narrazioni o informazioni vengano edulcorate e vengano fatte passare in altro modo. Banalmente anche il caso di ArUrban dei francesi a Colombes, anche quello è un progetto abbastanza complicato nella sua riuscita però la portata metodologica che dà e anche la prospettiva professionale di un progettista, un docente che si fa anche molto più attivista diventa un soggetto molto più politico e non sta nel suo alveo come dire nella sua zona di comfort è per me molto positivo come elemento. Poi nella vita ci possono essere progetti che vanno bene e progetti che vanno male. Ho notato che c’è molta attenzione però ripeto che Isseane è fatto nel 2008, è fatto molto prima che molte cose divenissero di dominio comune e ci fossero dei protocolli, l’Europa che iniziasse a bombardarci con un sacco di aggiornamenti per cui c’è sicuramente un sacco di lungimiranza e una capacità di governance, e qui sicuramente le professoresse De Cesaris e Mandolesi mi potranno sicuramente aiutare, c’è una capacità di governance in Francia che noi proprio ce la sogniamo dal punto di vista del progetto urbano. Perciò riescono anche a controllare benissimo anche dei progetti così complessi. Dove sta facendo la città della Giustizia Renzo Piano, in quell’area dove c’è questa torre, lì accanto è già previsto da anni un inceneritore che di nuovo sembra non so una stazione dei trasporti, di nuovo è un edificio che ha non solo una qualità estetica ma anche un’intelligenza per dove è collocato, per le funzioni che svolge.
De Cesaris o Mandolesi?: Una struttura così dà energia a mezza Parigi, l’Ile de France è veramente all’avanguardia
Lecardane: Però hanno il nuclerare. Le contraddizioni…
De Cesaris o Mandolesi ?: sì erano partiti con il nucleare però stanno facendo in parte marcia indietro e stanno attivando nuovi sistemi..
Saverio Massaro
L’unico problema è che rispetto a noi lo prendono di petto il problema, noi facciamo finta di dimenticarci che esista, allora provano a proporre delle soluzioni. Per venire anche a quello che diceva Benedetta sulla questione del riutilizzo dei materiali, da questo punto di vista un po’ sembra non dico la terra promessa ma la maggior attenzione viene posta dalla Francia fino ai Paesi Bassi, anche passando per le Fiandre dove ho fatto cinque mesi di visiting. Perché c’è un’attenzione molto attenta e metodologica su questi temi dell’economia circolare e anche sul ruolo del progetto. Se tu vai nei Paesi Bassi, progettisti come i Rotor sono i più abili e intelligenti da questo punto di vista. Poi non tutto poteva esser messo, anche perché una questione di questo tipo ti apre un nuovo capitolo da dover inserire.

De Cesaris o Mandolesi ?
Comunque stanno facendo materiali da costruzione anche banalmente mattoni dalla terra prelevata per costruire le nuove metropolitane, ho visitato una mostra in cui erano esposti tutti i campioni di mattoni fatti con tutti i tipi di terre estratte quindi

Saverio Massaro
Irene chiedeva anche, è la città moderna che ha creato il problema? Sì lo dicono in tanti, non solo studiosi urbani, che nel momento in cui è stato introdotto il sistema delle fogne là si è creata la scissione perché il controllo tu lo dedichi così come oggi, nel momento in cui tu butti il rifiuto non sai più che cosa succede oltre il cassonetto. Ma c’è una consapevolezza ben diversa. Potrei dire che tra i moduli che ho inserito ho cercato di inserire una serie di discipline e di strumenti che normalmente non siamo avvezzi ad adoperare nel nostro percorso di formazione. Relational Mapping Lab è una prima parte di mappatura che dovrebbe essere adoperata con i sistemi GIS e che quindi ci serve insieme al secondo modulo, Circular Metabolism Lab, alla mappatura dei flussi e quindi ad avere il controllo del territorio, a dove poter intervenire. Service Design Lab è la proposta di servizi a sostegno di un programma funzionale e di un’idea di spazio, perché è un corso di progettazione integrata, così si immagina, Civic Design Lab sono quei processi che riguardano in particolare il coinvolgimento degli utenti o della comunità. Identity Lab perché come vediamo nel caso svizzero c’è un’identità complessiva che riguarda a partire dall’edificio fino al sito web, alle divise, c’è una costanza che dà anche una certa reputazione all’azienda che svolge quel servizio. Scenario Lab è invece la formulazione di una proposta e anche di un immaginario non troppo dettagliato. Economy è la verifica con un business model canvas per un controllo anche dal punto di vista economico e della sostenibilità economica. In ultimo c’è una valutazione seguendo anche alcuni parametri dell’ipotetico esame.

Antonino Saggio
Quindi in questo caso si tratta di un corso di sensibilizzazione complessiva al tema del rifiuto, non necessariamente di progettazione?
Saverio Massaro
È una progettazione che si allarga ad alcuni aspetti che non possono essere ritenuti secondari. Se interloquisci con l’Ama a Roma come ho provato a fare non puoi non tenere in considerazione alcuni aspetti che invece altrove tu riscontri.

Antonino Saggio


Questo tuo programma di formazione non può essere tradotto in un laboratorio di progettazione, il suo campo è un campo più ampio di sensibilità ecc. Sottolineo questo aspetto perché è un aspetto metodologico nuovo che abbiamo implementato soltanto nelle ultime tesi, questa è una delle due, in cui questo tipo di lavoro così ponderoso e così spesso, perché credo che quello che sia evidenziato da questo tipo di presentazione è lo spessore del lavoro. Questo può essere tradotto in azioni pratiche prossime alla pratica progettuale? Questo è un aspetto secondo noi fondamentale. Allora abbiamo individuato nella ipotesi di riuscire a tradurre questi lavori di questo spessore in dei moduli o corsi didattici, una capacità di trasformare dall’approccio di ricerca e teoria del progetto a degli approcci prossimi alla parte progettuale. Quindi questa parte terminale è secondo noi molto importante e la vogliamo diffondere come tecnica e insegnarla anche agli altri come tecnica perché riteniamo che sia molto importante e lo sia anche per facilitare i passaggi successivi del dottore di ricerca. Sempre più in tutto il mondo i corsi vengono affidati attraverso programmi didattici, questo viene fatto anche in Italia anche se attualmente in programma didattico è un ‘cut and paste’, ma in altri ambiti il programma didattico è l’affissione di un tema di interesse, politico, sociale, economico, architettonico, che viene messo sul mercato, cioè se interessa il corso viene dato, se non interessa il corso non viene dato. Quindi diciamo che il fatto di spingere i dottorandi quando sono caldi, perché la tecnica è questa, una cosa è quando tu hai finito, hai consegnato, hai mille altre cose da fare, un’altra cosa è battere il ferro quando è caldo. Quindi quando io gli ho detto questa idea rivoluzionaria, modestamente, che nessuno aveva mai avuto prima, almeno tra noi, di fare questo programma didattico, in realtà loro in una settimana dieci giorni l’hanno fatto, ma l’hanno fatto perché erano caldissimi su tutta quanta la questione e quindi è stato quel tempo supplementare che riesci a fare perché l’adrenalina è alta, sennò sappiamo come funzionano queste cose.
Saverio Massaro
È bello anche perché è una cosa con cui tendenzialmente non ti sei mai confrontato anche sei hai fatto didattica. Ripensi ai tre quattro anni da assistente e dici ‘madò quante cose non ho controllato, quante cose’, fai anche un bilancio

Antonino Saggio

Benissimo, abbiamo concluso questa sessione, ringraziamo ancora Saverio e passiamo alla seconda.

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