11 DICEMBRE 2017
Professionalità nella ricerca
Introduzione: ABSTRACT Valerio Perna
Intervengono: Lucio Altarelli, Renato Partenope, Andrea Grimaldi.
Valerio Perna:
L’importanza del loro legame è sancito anche legislativamente dall’articolo 33 della Costituzione.
Libertà di ricercare, libertà di esplorare e conoscere sono però azioni che non possono esulare
dall’idea che esista un’etica, uno serie di comportamenti e codici collettivamente condivisi che
guidino rapporti tra chi fa ricerca e regolino le modalità di trasmissione dei risultati prodotti. Non
può esistere quindi libertà, diritto e presupposto fondamentale della scienza. senza responsabilità
delle proprie azioni, che significa trasparenza e condivisione del proprio operare.
Ciò che si vuole mettere in luce è quindi l’importanza fondamentale di un’etica della ricerca che
possa sia garantire l’oggettività dei propri risultati, tramite il corretto utilizzo delle fonti e del lavoro
della comunità di cui si è parte, e allo stesso tempo regoli i rapporti con il mondo esterno al fine
della legittimazione del proprio operare. Se la libertà è così preziosa, e allo stesso tempo vitale per
un ricercatore, dobbiamo interrogarci su come essere sicuri di riuscire sempre a rispettarne i
confini in un contratto sociale dove il lavoro di ciascuno dipende dalla affidabilità e dalla trasparenza
di quello altrui.
Lucio Altarelli:
Io penso che professionalità nella ricerca significhi etica della ricerca, serietà della ricerca.
Si risponde a questo quesito interrogandosi su che cosa serve la tesi di dottorato.
Sicuramente sono temi già affrontati nelle due giornate trascorse, seconde me a questo interrogativo si risponde attraverso tre aspetti, tre requisiti.
Il ruolo del dottorato di ricerca è riuscire a fare una sintesi dei saperi rispetto ad una didattica che invece propone a torto a ragione, spesso a torto una separazione.
A questo di aggiunge una separazione nella classe docente per ICAR che espone elementi concorsuali, ma fa perdere di vista l’interesse nel progetto di architettura.
Devo dire anche l’attuale assetto della facoltà per dipartimenti, in assenza di un consiglio di facoltà, alimenta un eccesso di frammentazione.
Ricordo che quando c’erano i consigli di facoltà, si dibattevano i destini di questa facoltà, adesso non abbiamo più questi incontri e i consigli sono gestiti dalla giunta e non hanno più quella centralità di palestra di confronto.
Secondo me la tesi di dottorato dovrebbe fare una sintesi di quello che fino ad adesso è dato in maniera troppo frammentata.
Il vostro dottorato ha questa inclusività dei saperi.
Altro aspetto è che se leggo una tesi di dottorato devo capire quale è la natura di progettista, il suo essere progettista.
Anche una tesi di natura storica che ha meno implicazioni di carattere compositivo, deve far capire la personalità dell’architetto che ha scelto quel tema, perché lo ha scelto e quali sono le sinergie che incorrono tra la sua contemporanei e la sua scelta storica.
Se leggo una tesi di dottorato e non capisco che tipo di progettista ho di fronte, penso che chi abbia scritto quella tesi abbia perso tre anni, perché se non ha approfondito il suo essere progettista sarà una elaborazione di tipo scollegato.
Il terzo elemento è che quando si scrive una tesi di dottorato si tende ad essere brillanti, una tesi dal carattere originale, che va bene fino ad un certo punto.
Non è questa la finalità, ma quella di riconoscersi come comunità di ricercatori, che significa che quella tesi alimenta una comunità, un confronto a livello nazionale ed europeo di quanto è stato fatto fino ad adesso.
Porsi come comunità per il vero senso della comunità, il senso della comunità significa favorire scambi tra ricercatori attraverso strutture che sarebbe importante fondare, come riviste o siti, condotti dagli stessi dottorandi e non attraverso un meccanismo di vigilanza o gestiti dalla docenza, operando con un confronto che viene dal basso.
C’è stata a suo tempo tempo una rivista che si occupava dei dottorati, ma era molto sorvegliata, mancava un meccanismo spontaneo, un senso di appartenza alla comunità scientifica, che significa non solo confronto ma anche sottolineare come ogni tesi di dottorato sia un mattoncino che costruisca una comunità.
Andrea Grimaldi:
Sono d’accordo con le parole di Lucio Altarelli.
Cosa è una tesi di dottorato, quale è la dimensione scientifica, domande alla quali noi troviamo più difficoltà a trovare una risposta rispetto ad altre discipline, la cui ricerca va a costituire un mattoncino di un apparato scientifico.
Il nostro approccio come architetti è sempre più legato alla dimensione personale, l’architetto è un creativo, colui che immagina e la ricerca oltre a dare un contributo scientifico ti serve a capire chi sei.
Per questo ho apprezzato la presentazione del lavoro di Francesco Lipari, perché ho trovato l’applicazione di un metodo, lo studio non è solo qualcosa che serve a produrre un bel libro, la ricerca a livello architettonico è qualcosa che deve sempre influenzare la nostra prassi.
La dimensione della ricerca teorica in ambito architettonico deve ricadere nella prassi in campo lavorativo, non è solo per entrare nel meccanismo universitario, dovrebbe farti capire che architetto vuoi essere, cosa ti interessa.
L’esito deve comunque produrre qualcosa di utile in senso disciplinare e non solo a livello personale e questo nostro contributo deve essere qualcosa di interessante e di oggettivamente utilizzabile e questo non sempre si ritrova all’interno delle tesi di dottorato.
Si rischia di dare un contributo troppo personale, poco attento a quali sono i dati oggettivi, ma comunque ricordando che siamo degli architetti e come tali abbiamo la responsabilità di recuperare quella dimensione di bellezza che spesso la nostra città perde, anche con delle azioni che possano essere sovversive.
Renato Partenope:
Io volevo aggiungere altre considerazioni e delle preoccupazioni.
Io penso che una delle vocazioni del sapere che ruota attorno all’architettura è quella di correre sempre il rischio di disperdersi
Noi abbiamo sempre detto, sappiamo tutti che l’architettura è una disciplina ibrida, è una disciplina che contiene dentro di sé molte altre cose, lo diceva anche Vitruvio, per cui c’è il rischio che si inneschi dentro l’esercizio e la pratica dell’architettura una solita di movimento che tende in qualche modo a disperdere questo sapere in una miriade di rivoli che vanno dalla sociologia, dall’antropologia a questioni specificatamente tecniche o di natura economica, è una sapere che è sottoposto a molte pressioni che vanno da tutte le parti e che, storicamente è sempre successo, corre sistematicamente il rischio di dispersione.
Io penso invece che in una scuola di dottorato, nella consapevolezza di questo pericolo, dovremmo in qualche modo di cercare di far convergere le energie verso quelli che sono i nodi teorici e pratici che ci danno la possibilità di identificare che cosa è veramente l’architettura.
Lo sforzo dovrebbe essere quello di sfrondare tutto ciò che è inessenziale e convergere le energie verso ciò che è il nocciolo duro che ci permette di identificare l’architettura come un “corpus” disciplinare riconoscibile.
Io penso che dentro questo nocciolo duro una delle questioni fondamentali che deve affrontare un dottorato è il problema del linguaggio, noi dobbiamo centrare la nostra attenzione su come si scrive di architettura e come è fatta la sua forma, innescare tutti quei processi conoscitivi che ci permettono di capire come è fatta nella contemporaneità per poi, se ci si riesce, capire quale è il nostro desiderio verso la forma dell’architettura.
Dico questo perché esiste un altro grande problema che il dottorato dovrebbe affrontare ed è quello di attivare una conoscenza critica rispetto alla realtà in cui si vive, dal punto di vista dell’architettura.
Viviamo in una condizione in cui non esiste più la critica, tutto ciò che viene fatto è legittimo e questo è un modo per disperdere l’architettura, penso che rispetto alla contemporaneità bisogna elaborare un punto di vista critico sull’architettura, sulla sua scrittura, e in un funzione di questi punto di vista attivare tutte quelle procedure che permettono di ragionare sulle innovazioni.
La critica deve partire da alcune condizioni di cui oggi siamo testimoni, una di queste è che l’architettura oggi è diventata transitoria e carica, dobbiamo riflettere se questa è una condizione necessaria o se è una condizione che deve essere criticata.
Un’altra è l’architettura che non ha più un luogo, dobbiamo capire se l’architettura deve continuare ad avere un luogo perché radicata nella terra, oppure l’architettura ha come riferimento figurativo altri mondi che sono altri spazi, altre realtà.
Un altro problema è capire se l’architettura deve essere a tutti i costi originale, se deve essere sempre un inseguimento continuo della novità, se è questa la sua finalità, e se deve continuare ad essere, come mi sembra da un po’ di anni a questa parte, una sorta di intrattenimento dentro la dimensione mediatica delle immagini e se invece non deve essere qualcosa pensato per modificare la realtà per renderla più accessibile e più compatibile con le esigenze di chi la abita.
Vorrei concludere questa mia riflessione con una serie di problemi che secondo me i dottori dovrebbero affrontare su dei conflitti che si sono innescati dentro la nostra cultura architettonica.
Il primo è complessità contro semplicità, oggi tutti i pensieri attorno all’architettura parlano di complessità, si parla di progetto complesso come se fosse il destino dell’architettura, io vi vorrei interrogare sul capire se c’è un modo diverso di interpretare la complessità e che non sia paradossalmente un progetto semplice ad essere il più complesso.
L’altro punto è la prassi contro la teoria, capire se tutte queste procedure che hanno a che fare con un impegno sociale molto apprezzabile, non sia un aspetto che non è specificata architettonico, con il suo statuto e i suoi codici, ma un’attività ai lati.
C’è oggi un primato della prassi rispetto alla teoria, penso che debba esserci una coerenza tra la teoria e la prassi per cui è molto importante formulare anche alcuni aspetti di carattere teorico per sostenere le azioni che noi facciamo.
L’altra questione è l’effimero contro il durevole, l’architettura è qualcosa che dura oppure no?
Se pensiamo che l’architettura debba ridursi ad un’installazione continua significa qualcosa, se invece pensiamo che l’architettura debba ospitare generazioni che nel tempo si modificano dobbiamo pensare che duri nel tempo e la sua forma e la sua immagine devono aderire a questa temporalità che è diversa.
L’altra contraddizione che esiste è tra paesaggio e città, oggi si parla di paesaggio e non si parla di città, io vorrei che si ritornasse a parlare di città, il paesaggio è qualcosa di estremo, il paesaggio non esiste, non lo progettiamo, si parla di progetto di paesaggio quando non si progetta, si fa in un centinaio di anni, il progetto si fa in tempo microscopico rispetto all’evoluzione del paesaggio.
Noi possiamo con le nostre architettura qualche elemento, alludere a qualche possibilità di promuovere un territorio a paesaggio.
L’altro punto è scultura contro architettura, oggi le architetture sono tutte sculture, sono tutte opere autografiche, che si auto gratificano per la loro bellezza, per il loro successo.
L’architettura si deve spogliare, più è architettura se si spoglia di questa dimensione autografica.
L’altra contraddizione è geografia contro la storia, vediamo architetture che rinunciano ad avere una legittimità recuperata attraverso i processi della storia e si legittimano per delle forme che assumono caratteri di una geografia artificiale, dobbiamo capire se questo non è un modo per deresponsabilizzarsi.
Il bosco di Boeri è una sorta di geografia fatta di alberi che serve a nascondere l’architettura in maniera mistificante.
Dobbiamo capire se l’architettura deve tornare a parlare della sua storia non in maniera mimetica ma anche in modo conflittuale.
L’altro aspetto è l’alterità contro l’identità, ci muoviamo sempre cercando di trovare soluzione nuove, l’innovazione tecnologica, dobbiamo capire se questa continua ricerca dell’alterità non sia un modo per cancellare i noccioli centrali che danno l’identità al sapere architettonico.
Un altro aspetto è l’immateriale contro il materiale, l’architetto Francesco Lipari faceva riferimento alla bruttezza di quel muro scortecciato, c’è un passo che lo invito a leggere di Luigi Moretti nella rivista “Spazio”, in cui parla della bellezza della modanatura e parla proprio dei muri scortecciati che hanno dei livelli di bellezza e astrazione straordinari che dovremmo essere in grado di vedere.
Chiudo con un’ultima cosa, i non-luoghi contro i luoghi, oggi tutti parlano di non luoghi oggi forse dobbiamo ripensare alla centralità del luoghi, le architetture devono essere fatte per i luoghi.
Antonella Greco:
Oggi forse lo spunto potrebbe essere questo; oggi uno studente di primo anno mi ha portato un almanacco fatto di un mondo pieno di queste sculture, di installazioni continue.
Molte installazioni continue sono state interessanti e sono interessanti, ma mi sembra che questo lasci spazio ad un approccio totalmente critico e non storico.
Si tratta di avanguardia, alla fine della storia pone dei problemi, perché dal punto di vista storico quando si analizza un oggetto architettonico questo di inserisce in un contesto culturale, e possibilmente in una scia formale e stilistica, un approccio linguistico.
Qui è abbastanza impossibile, la tecnologia è un mezzo e non un fine e non si possono fare analisi all’interno delle poetiche di ciascun architetto che fa queste installazioni, perché poi succede come nell0arte per cui i bravi architetti fanno grandi installazioni e gli altri ne fanno di pessime.
Il mondo ora è pieno di queste grandi istallazioni; ricordo le due ultime biennali di Koolhaas e Aravena in cui il problema dell’abitare, della felicità delle persone, viene posto per cui si comincia a pensare più che a vedere.
Io mi sento in un momento storico dove forse c’è bisogno di pensare, di ritornare a quei fondamentali teorici di cui parlava il professor Partenope.
L’approccio all’installazione per uno storico è molto difficile, è ancora più difficile, credo che si possa parlare fino agli anni settanta ad un approccio che guardi al contesto storico, il resto è pura critica, adesso si può fare solo critica, che anche divertente ma che se sei Zevi esce fuori una cosa straordinaria se non lo sei viene fuori una cosa superficiale.
Antonino Saggio:
Parlo con ruolo istituzionale, come coordinatore del dottorato di ricerca in composizione architettonica, probabilmente il più importante dottorato in composizione in Italia, che investe una serie di questioni importanti che noi abbiamo attraversato in questa giornata, in cui la parola professionalità della ricerca è la chiave.
Ho molto apprezzato l’intervento del professor Altarelli perché ha detto cose molto importanti che vorrò far rientrare in gioco, parlando del senso di comunità, del livello di lavoro condiviso, che questa forma di simposio ne è una manifestazione concreta.
Un altro aspetto importante dell’intervento è stato quando ha detto rispetto alla tesi di dottorato “voglio capire che razza di architetto c’è dietro questa dissertazione”.
Questo è un altro modo per vedere la relazione che c’è tra ricerca e progetto, indipendentemente dal fatto che una dissertazione può coprire completamente il discorso del progetto, in ogni caso bisogna capire che tipo di architetto c’è dietro, ed è un argomento toccato anche dal professor Grimaldi quando diceva che l’orizzonte delle nostre azioni è comunque la prassi, una prassi immaginata, reimpostata con un certo lavoro di dottorato.
Volevo sottolineare un aspetto cruciale della lezione di ieri di Michele Molè, che per i primi venti minuti Michele Molè ha parlato della sua tesi di dottorato, della sua difficoltà, con tutti i gradi e con gli scontri che anche da persona più giovane ha potuto avere, di lavorare con un’estetica contemporanea, non a caso a parlato di questa cosa, motivando la sua prassi successiva, che ci possa piacere o non ci possa piacere.
Allora qui c'è un problema di tipo istituzionale in quanto coordinatore, non è giusto, non è vitale e non è utile chiudere le poetiche individuali, che sono tesoro di questa nostro essere in questa disciplina.
L’ intervento del professor Partenope, nonostante lui dica che dovrebbe essere così una scuola di dottorato ,Io la interpreto diversamente, è una sua dichiarazione di poetica.
Le cose che il professor Renato Partenope dice hanno una poetica, e con poetica intendo dire un mondo dell’architettura, che ha una sua presenza, un sua consistenza, e che come docente ha tutto il diritto di esplicitare, in un dottorato come il nostro che per sua tradizione e per mia volontà è plurale.
Quindi la dichiarazione di poetica c’è ed è un valore, ma è una cosa molta diversa di quando si parla di altri livelli di argomenti e adesso veniamo ad altri livelli di argomenti.
Questo è un crinale molto sottile ma è importante capirsi bene; non sono gli architetti i depositari della pluridisciplinarità, vi ricordo che fino a trenta anni fa per fare il medico bisognava sapere il greco e il latino e non si poteva fare il medico senza sapere il greco e il latino.
Alla base di questa idea c’è alla base l’opposto della disciplinarità, esattamente l’opposto dell’umanesimo.
Smettiamola di dire che gli unici depositari della pluridisciplinarità siano gli architetti.
Tutto il mondo dell’ingegneria è stato da sempre un ambito che si intesse di rapporti con il mondo reale, con il mondo animale, con il mondo della biologia.
Possiamo parlare delle altre professioni, ho citato quella del medico perché è esemplare come caso, ma possiamo fare altri esempi.
Il problema dell’interdisciplinarità non è un fatto unico dell’architettura, è un fatto coltivato dalle scuole e dalle università più aperte, le quali hanno un progetto educativo e formativo ampio e sicuramente era coltivato nella nostra cultura italiana, cultura che ha le basi nell’umanesimo.
Veniamo al dottorato di ricerca e all’architettura in quanto tale e qui c’è un altro salto logico.
La facoltà di architettura, anche per la sua storia, si è formata da due famiglie una afferente alla scuola politecnica e una alla scuola di belle arti, un intreccio che si è ibridato nel tempo.
Storicamente il centro di questa operazione di ibridazione era il progetto; il progetto, o meglio la composizione architettonica era l’elemento cardine di questo insegnamento in architettura, non a caso si faceva per il tutti e cinque gli anni e in tesi perché era inteso come argomento di sintesi di questa operazione e dovrebbe essere così anche adesso.
Cosa avviene nel mondo, e qui richiamo il professor Altarelli, è successa una cosa di cui dovete essere consci, una stortura tipicamente italiana che è avvenuta per ragioni di un intreccio perverso tra politiche di potere e altro, che i saperi specialistici, vuoi il disegno, l’urbanistica, le scienze esatte, hanno acquisito potere crescente, a danno di quella che una volta era la disciplina centrale.
Per cui è avvenuto, e questo avviene solo in Italia, che la sintesi è erosa dagli specialismi che si impongono in questa struttura italiana con dei danni sistemici.
E’ chiaro ora, parlando di professionalità nella ricerca, la facoltà nel suo quinquennio e nel sue tre più due, deve essere il posto della multidisciplinarità, o meglio non può non essere il posto in cui il progetto si alimenta di un sapore scientifico, un sapore costruttivo, etc.
Non può non esserlo e dovrebbe esserlo molto di più di quanto lo è ora, anzi soffriamo di questa perdita, che è diventata ancora più forte negli ultimi anni, da quando è stato tolto il laboratorio multidisciplinare.
Detto questo arriviamo al dottorato, qui esistono due sistemi di dottorato, che sono rimasti dei dottorati disciplinari, come il nostro che ha la composizione architettonica al centro.
C’è un altro trucco italiano, la scuola di dottorato è fatta mettendo assieme il biologo, l'ingegnere e il progettista.
Questo non è fatto per nessun ragionamento complessivo, gli individui singoli sono dei riduzionisti, non hanno la capacità di dialogare con gli altri, sono messi insieme per una semplice ragione numerica perché se il dottorato non ha quattordici docenti chiude.
Vi parlo Istituzionalmente come coordinatore del dottorato in composizione architettonica, Il dottorato in composizione architettonica è il regno della disciplinarità, il regno della disciplina del progetto, non facciamo nessuna confusione su questo punto.
Abbiamo qui l’esempio, perché per me il nostro Francesco Lipari è la quintessenza dell’architetto del 2017, è iper-disciplinare e questo è il crinale sottile che voglio far passare.
Dimostra una cosa fondamentale, un salto logico da fare, il problema è che la disciplina si ridefinisce nel tempo, non è la disciplina di Vitruvio, cambia e si ridefinisce attraverso persone che ci lavorano e fanno ricerca e la spingono avanti.
La nostra disciplina è anche quella che ci ha mostrato Francesco Lipari, che in parte è una poetica e in parte non lo è, è un allargamento dei confini disciplinari del 2017, sono confini che hanno a che vedere con tante tematiche nuove che non affrontiamo finiamo per decretare la morte dell’architettura.
La morte dell’architettura è nel momento in cui pensiamo che l’architettura sia la stessa che ha definito Vitruvio, invece è un universo che si amplia e prende continuamente nuovi territori.
Ma tutta l’esperienza che storicamente è più vicina a noi e che è l’esperienza del movimento moderno in architettura è esattamente questo, perché prima dell’arrivo del movimento moderno i temi del sociale, i temi della città, i temi della casa operaia, i temi della macchina non erano i temi di pertinenza dell’architettura
Si tratta di un allargamento dei confini disciplinari, ma queste cose vengono fatte nel dottorati in architettura, nel dottorato in composizione architettonica perchè siamo noi che ridefiniamo questi ambiti.
Questo è un discorso che spero di essere riuscito a fare chiaramente, non è semplice ma è fondamentale, spero di convincere alcuni di voi dell’utilità di discutere questa cosa.
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