Keynote

 11 DICEMBRE 2017
Michele Molè - Nemesi studio
Intervengono: Giulia Cervini, Chiara Rotondi, Benedetta Verderosa.

Introduzione: Antonino Saggio

Presento rapidamente l'architetto Michele Molè, noto ad amato.
Ti presenterà Giulia Cervini ed altri dottorandi che hanno preparato delle domande studiando il vostro lavoro.
Finito ciò continueremo in una tavola rotonda che si intitola "ricerca e didattica", essendo questo un simposio del dottorato di ricerca che ha vari "slots".
Lascio la parola a Giulia Cervini.

Giulia Cervini:

La presentazione sarà breve poiché l'architetto si presenterà benissimo da solo.
La cosa più importante è che a nome di tutto il gruppo di organizzazione ringraziamo l'architetto Molè di aver accettato il nostro invito e di offrirci una "lecture" che sarà preziosa per noi ricercatori e architetti progettisti.
Michele Molè è un architetto romano noto a tutti i presenti.
Nel 1997 Fonda "Nemesi Studio", che nel 2008 diventa "Nemesi and partners" con il subentro dell'architetto Susanna Gradagli.
Oltre ad essere un progettista navigato, ha un rapporto di lunga durata con questa facoltà, dove si laurea e consegue nel 1999 il dottorato di ricerca in teoria ed architettura contemporanea, con la tesi "Il progetto della differenza. Il significato del progetto contemporaneo.".
L'architetto ha successivamente insegnato progettazione architettonica alla Sapienza e anche all'università di Ferrara.
L'invito di Michele Molè, nei termini di questo simposio, risulta particolarmente calzante, anche per il duplice profilo di architetto operante e di ricercatore.
Il lavoro del "Nemesi Studio" si muove su orizzonti trasversali; già solo passando in rassegna i progetti realizzati emerge la varietà dei contesti con cui gli architetti si devono confrontare.
Edifici di nuova costruzione in ambienti periferici, primo su tutti il "Padiglione Italia" all'expo DI Milano nel 2015, ma anche l'edificio di "Santa Maria Della presentazione" nella periferia settentrionale di Roma.
L'intervento a contatto con la preesistenza, nella dimensione del paesaggio agricolo, mi riferisco al bellissimo progetto del "Podere 46" nella Maremma toscana, e diversi progetti tenuti nello scrigno della città consolidata, fino ai lavori più minuti nei siti storico-archeologici, come quello dei "Mercati di Traiano":
"Studio Nemesi" ha partecipato e vinto molti concorsi, affrontando temi progettuali a tutte le scale e di ogni tipologia, dislocati in molte parti del mondo, Europa, Asia, Africa.
Progetti di edilizia residenziale, tra cui uno dei ultimi la riqualificazione di un immobile su corso Alessandria a Roma, importanti edifici pubblici, fino alle grandi infrastrutture come quelle degli impianti aeroportuali.
L'attività professionale molto corposa e variegata, tuttavia conserva negli anni una linea riconoscibile constante, resa possibile in virtù di una solida linea teorica, sottesa alla prassi progettuale.
Una ricerca particolarmente ai problemi della forma e del linguaggio che la accompagna, le cui fonti di ispirazione provengono dal repertorio d'espressioni estetiche offerto dalla contemporaneità.
L'attualità rispetto alla quale dobbiamo mantenere, usando le parole di Molè, un atteggiamento di curiosità, mettendo in discussione la traiettoria intrapresa.
Dobbiamo cercare la profondità e lo spessore, sempre parole dell'architetto, anche dentro la volatilà dell'architettura del consumo.
Dopo questa anticipazione lascio la parola all'architetto Michele Molè e lo ringraziamo di nuovo di essere qui.

Michele Molè:

Grazie innanzitutto di avermi invitato e grazie per la bella presentazione.
Per l'occasione ho portato qui una lezione, ma visto il contesto dell'università di Roma, tema entro cui questa presentazione si inserisce, sarebbe divertente immaginarla in maniera più informale e trattare temi che sono particolarmente rilevanti in questo luogo.
Come Giulia ha già ricordato, ho avuto la fortuna, o sfortuna a seconda di come la si guarda, di fare il dottorato di ricerca in questa facoltà.
E' stata un'esperienza che definirei interessante poiché anche questa piena di contraddizioni come tutte le esperienze della vita.
Io come tutti i giovani di belle speranze, avevo fatto una tesi veramente pretenziosa, "Il progetto della differenza. Il significato in architettura contemporanea." che è una cosa, come dire, come scoprire Dio.
Ho avuto non pochi problemi a portare avanti questa tesi.
Il primo è che era probabilmente fin troppo ambiziosa, il secondo è che in fin dei conti a me cosa interessava, mi interessava comprendere in nostro tempo, quali fossero le codifiche estetiche del qui e dell'ora, cercare di dare un senso a quello che stavo cercando di fare come progettista.
Ritenevo che questo dovesse esssere un elemento di interesse fondamentale per un dottorato di ricerca in teorie dell'architettura in progettazione nella facoltà di architettura, ma così non è stato.
Per svolgere questa tesi ho dovuto combattere fino al giorno in cui ho conseguito il dottorato ed è stato un combattimento costante con molti del comitato scientifico di quella sessione, i grandi docenti di questa facoltà.
Loro ritenevano che il dottorato di ricerca dovesse aderire a quello che Umberto Eco ci aveva spiegato nei suoi scritti, che dovesse aderire a quei postulati tipici dello strutturalismo, doveva essere una tesi scientifica, che doveva dimostrare delle tesi, cercare dei presupposti dimostrabili secondo i dettami classici.
Il problema è che il sottotitolo della mia tesi era "Il progetto della differenza",nel '92 quando Zaha Hadid e Coop Himmelb(l)au nessuno sapeva chi fossero, una ipotesi di lavoro chiarita nel tempo che metteva in relazione il pensiero della differenza, la filosofia di Derrida, Deleuse, fino al pensiero debole di Vattimo, con gli sviluppi più recenti della scienza della complessità.
Studiando avevo visto una serie di punti in comune che mi sembravano particolarmente interessanti, per cui mettendo in relazione questi due mondi, il pensiero filosofico della differenza e quello della scienza del caos, cercavo di comprendere quali potessero essere alcune sistesi dell'estetica del prossimo futuro.
Il pensiero della differenza nega alla base il pensiero dello strutturalismo, quindi per me era impossibile dimostrare nei termini che la commissione avrebbe voluto che dimostrassi le mie ipotesi.
La cosa più divertente della tesi fu che ogni pagina che presentai era impaginata con un lavoro grafico interessante, in cui l'iidea del pensiero della differenza e dela caos veniva comunicato non solo attraverso gli scritti ma anche attraverso la grafica utilizzata.
Inoltre in quegli anni operava un fantastico grafico americano, di cui in seguito parlerò attraverso le immagini, che iniziò ad elaborare dei sistemi di riduzione della grafica editoriale, che successivamente sono diventati di dominio pubblico, come i salti di scala nel "lettering" che hanno portato ad una radicale trasformazione.

Nella comunicazione che vi porto oggi tratto alcuni argomenti che a partire da quella tesi ho sviluppato negli anni e che ritengo diano un la necessità di dare un senso, di dare una struttura ad una sequenza di azioni che poi divengono progetto, un filo che da senso ad un insieme di progetti.
Questo oggi fa la differenza, questo voler cercare di radicare il progetto, o per voler usare una espressione di Lyotard, voler trovare un contesto di legittimazione del progetto, era un elemento per me assolutamente fondamentale.
Per inserire una piccola polemica in questa comunicazione, questa divisione che si è vista in Italia a partire dagli anni '70 tra l'università, depositaria del sapere, e la professione, chi si occupava di trasformare il suo paese, è stata disastrosa, devastante.
Quello che i professori dell'epoca non capivano è che questa situazione non era devastante solo per i professionisti che lavoravano senza un bagaglio teorico adeguato, non solo per il paese che è stato distrutto da opere immonde, ma anche per facoltà, perché non esiste pensiero che non abbia una sua necessità nel rapportarsi ad una sperimentazione pratica.
L'architettura è un fatto complesso e se non mette insieme pratica, teoria, filosofia, arte, razionalità, organizzazione, non è niente.
Chi di voi avrà la fortuna o sfortuna di portare avanti l'attività professionale saprà bene che o si diventa capaci di gestire il complesso delle situazioni o l'architettura non nasce, non esiste.
In giro per il mondo i più grandi progettisti, che non fanno solo quantità ma fanno soprattutto qualità, pensiero, sono chiamati dalle diverse facoltà e collaborano insieme a chi si occupa della ricerca pura.
Si preoccupano di capire come la proposta didattica, l'unica in grado di far nascere risultati importanti, possa mettere insieme queste due anime dell'architettura.
Io quando parlo uso sempre il noi e vi assicuro che ci sono poche persone in giro che potrebbero parlare in termini singolari rispetto al contributo che danno nel progetto.
Uso sempre il noi perché l'architettura è un fatto collettivo, già dal momento della concezione, se non c'è uno studio che ti supporta in tutti gli ambiti che sono essenziali per lo sviluppo di un progetto, se non c'è una committenza non solo in grado di recepire ma anche di direzionare il progetto in modo competente, se non ci sono imprese, consulenti, l'architettura, almeno di alto livello, non nasce.
La prima parola: complessità.
Complessità è una parola abusata, ma per noi particolarmente importante, perché non è quello che molto spesso è stato raccontato, che si è cercato di trasferire, una sorta di dimostrazione muscolare di un eccesso, l'ostentazione inutile di un eccesso di linguaggi e di strumentazioni, o ancor più si è parlato di architettura design volendo alludere alla volontà eccessiva del progettista di voler lasciare la propria firma a tutti i costi.
C'è un ex professore di questa facoltà, una persona di grandissima cultura che si chiama Franz Prati che, l'ultima volta che l'ho incontrato a Genova, ha detto che secondo lui un'architettura di qualità deve essere, in quanto tale, non databile.
In qualche modo un'architettura non dovrebbe esprimere la propria datazione, un'idea che sottende il fatto che l'architettura dovrebbe occuparsi di quei valori universali, di quella dimensione ontologica, immanente, che non cambia attraverso la fatuità dei momenti, deve rintracciare quelle radici originarie, un'essenza che non cambia.
In questa facoltà avrete sentito parlare centinaia di volte di archetipi, io ovviamente mi trovo dall'altra parte, ritengo che questa sia la cosa più assurda che si possa dire.
Io dico che l'arte e l'architettura per essere tale non possono che essere contemporanee e se non lo sono non sono arte ed architettura.
Lo dico partendo dalle ragioni della tesi di dottorato che avevo consegnato tanti anni fa, perché dire che esiste una dimensione ontologica, che esiste la metafisica, qualcosa che non cambia, delegittima alla base il senso stesso dell'arte e dell'architettura.
Che cosa è l'estetica? Questa è la domanda fondamentale.
L'estetica non è altro che il modo in cui un interno si relaziona con un esterno.
C'è un libro molto bello, che avrete sicuramente sentito, "Astrazione ed empatia" che ripercorre tutta la storia dell'arte dall'epoca primitiva all'inizio del novecento, dividendo l'estetica in due macro categorie, quella dell'astrazione e quella dell'empatia.
Si può essere in accordo o in disaccordo, ma tutto questo ha un senso perché l'estetica in quanto tale ha senso perché indica la relazione particolare che in ogni dato momento l'umanità ha nei confronti del mondo, dell'universo.
Nelle diverse modalità con cui questa relazione si pone si costruisce la storia dell'arte e la storia dell'architettura.
Quindi dire che questa relazione rimane sempre uguale nega il senso stesso dell'arte e dell'architettura.
Nietzesche diceva che l'artista è colui che da parola, superficie, voce a qualcosa che parola, superficie, voce ancora non ha, che ancora non ha, vuol dire che c'è ma che acquisisce parola nel momento in cui l'arte gliela dona.
L'arte ha questo potere di anticipazione, Sandro Anselmi queste cose ce le ha spiegate bene.
Qual è l'importanza dell'arte? Costruire il bello, ma che cosa è il bello? Non è più una scienza come lo era in epoca rinascimentale.
Anselmi prendeva gli occhiali e diceva di indossarli perché sono quelli che permettono di mettere a fuoco il mondo attraverso le lenti della contemporaneità.
Io ribalto il discorso e dico, se non ci fosse stato il padiglione di Barcellona di Mies noi non ci saremmo mai potuto sentire uomini contemporanei così come ci siamo sentiti dopo quell'opera.
Se non ci fosse Manhattan non capiremmo che cosa è oggi l'estetica della ripetizione, della differenza o che cosa è l'estetica digitale, lo capiamo attraverso questo.
Allora l'arte ha questa straordinaria capacità, anzi ha questa funzione determinante, di costruire e dare senso estetico a qualcosa che fa parte delle dinamiche di un determinato tempo ma che trova la possibilità di esistere soltanto attraverso l'arte.
Questo è quello che dice Lyotard in questo bellissimo libro che si chiama "La condizione postmoderna", ovviamente di parecchi anni fa.
Dice che noi viviamo in nell'epoca dell'illegittimità, della mancanza di legittimazione, nel senso che venendo a mancare Dio, ciò che legittimava tutto, oggi che non c'è la dimensione ontologica di cui parlano Franz Prati o Aldo Rossi, bisogna abbandonarsi al caso.
Il senso è che il progetto, parlando di architettura o arte, deve di volta in volta ricostruire gli ambiti della propria legittimazione.
Allora per me come studente perché era fondamentale fare una tesi sul significato dell'architettura del mondo contemporaneo? Perché senza una ricerca di quella legittimazione che desse senso a quello che andavo a disegnare come progettista perdeva significato, diventavano esercizi di stile.
Credo che sia dovere di ogni progettista far sì che quello che fa sia legittimato in cui percorso teorico e non che collochi quell'opera nell'ambito di un contesto che lo legittimi.
Il tema della complessità è stato fondamentale, dico subito che non è un tema particolarmente gettonato in Italia, anzi gran parte l'ha sempre lateralizzato.
I corsi di caratteri tipologici dell'architettura esistono soltanto in Italia, sono anche dei bellissimi corsi che ho avuto di frequentare con Luigi Gazzola, ma qual è il senso di questi corsi se non quello di andare a ricercare quei caratteri permanenti che diano legittimità a quello che tu fai.
La mia domanda oggi è: basta questo?

Come mai nel 1500 un architetto progettava un'opera simile a quella di un altro quell'opera era un capolavoro e se oggi ci si permette di fare un progetto simile a quello di un altro sono uno che copia? Come mai c'è stata questa divaricazione di lettura? (33:40)

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